Anno d’uscita: 2019
Regia:
Todd Phillips
“Joker”
scritto e diretto da Todd Phillips è il film più discusso del momento. E non credo che ciò riguardi soltanto l’aver vinto il Leone d’Oro come miglior Film alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film sta suscitando un’attenzione quasi morbosa, perché i temi trattati sono ad alto contenuto psicologico e attivano dinamiche molto personali. Ecco spiegato il bisogno di ognuno di esprimere la propria opinione e il proprio commento a riguardo.

È vero che l’immagine del Joker fa parte dell’immaginario collettivo da oltre cinquanta anni, ma la storia pensata da Todd Phillips è molto distante dal solito standard dei cinecomic, non è la storia di un eroe o di una qualche redenzione; rispetto agli altri film della DC Comics (ma anche della Marvel) siamo davvero agli antipodi.

È un Joker che si ispira ad Hollywood, a “Re per una notte” (1983) e “Taxi Driver” (1976) di Martin Scorsese. Ma senza il bisogno di scene d’azione. La presenza di Robert de Niro nel cast è una conferma del bisogno di realismo da cui si è fatto ispirare il regista statunitense, già famoso per film quali “Una notte da leoni (2009), “Parto col folle (2010)” e “Trafficanti” (2016), film in cui il cinismo si mescola con la comicità e la drammaticità.
Il progetto di Phillips per Joker è ambizioso: sfruttare un personaggio noto al grande pubblico come Joker per realizzare un film “vecchio” (perché figlio dell’epoca cui guarda con tanta ammirazione), ma al tempo stesso innovativo e nuovissimo se guardato con gli occhi del pubblico di oggi. Nel film non viene mai specificato in che anno si sviluppa la vicenda, ma da soli riusciamo a collocarla orientativamente tra la fine degli Anni ’70 e gli inizi degli Anni ’80: questo lo si può dedurre dalle ambientazioni, dagli indumenti dei personaggi, da alcuni dettagli degli arredi, come la carta da parato e dalla centralità della TV nelle case.

Il protagonista si chiama Arthur Fleck, ed è interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix. Arthur (che non è ancora Joker), è un tipo “strano” ma in fondo buono, dedito ad occuparsi della madre malata con la quale vive in un palazzo grottesco.
Fa il clown di professione a Gotham City e spera di diventare un grande comico come il suo idolo, il presentatore del quiz show Murray Franklin (Robert De Niro). Arthur intende portare gioia alle persone, ma ben presto si rende conto che le persone non ridono con lui ma di lui.
La scelta dell’attore protagonista si è rivelata fondamentale: dopo Cesar Romero, Jack Nicholson, Heath Ledger e Jared Leto è dunque Joaquin Phoenix a indossare i panni di Joker, anche se la sua è un’operazione diversa dalle precedenti. Joaquin Phoenix sembra essere la persona adatta a questo ruolo perché dai suoi occhi e dalla sua infanzia, proviene la giusta malinconia che rende Joker un personaggio con cui è molto facile entrare in empatia. Il Joker di Phoenix (anche se non immediatamente) diventa il vero protagonista del film. Possiamo tranquillamente dire che all’inizio del film, Joker non esiste ancora e che esisterà soltanto dopo Arthur, dopo le delusioni e i soprusi, quindi soltanto grazie al fallimento di Fleck. Joker è dunque il risultato di un fallimento, ed in questo è molto diverso dai Joker che lo hanno preceduto che invece esistevano già all’inizio come espressione del male, come antagonisti dell’eroe buono Batman.
È il suo punto di vista che condividiamo fin dall’inizio, anche la Locandina ci mostra Joker, non Arthur, intento a ballare in strada, sulla vetta di una lunga rampa di scale. La scala, che ormai è diventata famosa, tanto da essere ribattezzata: “The Joker Stairs”, si trova a New York, nel famoso quartiere denominato The Bronx e precisamente unisce tra loro Anderson Avenue con Shakespeare Avenue.
La scala non è solo un mezzo che conduce Arthur a casa, ogni sera, stanco e afflitto dopo una giornata di lavoro. Non è soltanto la scala che Joker percorre correndo quando scappa dalla polizia. La locandina vuole trasmetterci sicuramente altro: nella maniera in cui è fotografata, dal basso verso l’alto, non permette di vedere cosa c’è dietro e cosa c’è davanti: in una sorta di ascesi al personaggio, si vede Joker e nulla più, e certo non è poco. Perché quello che si vede è la sua maschera, il suo ballo, le sue angosce. E tutto il resto sparisce.

Ma in fondo, quale resto?

Il poster ci mostra tutti gli aspetti caratterizzanti del personaggio in una volta sola: Joker truccato e vestito da sé stesso, impegnato ed estasiato dal suo ballo, in cima ad una scalinata, nel cuore pulsante ma periferico di una grigia Gotham City (che nella realtà è New York). La scala del manifesto sembra proprio un palcoscenico, anche un po’ illuminato da una luce verdastra. Ed è interessante il fatto che mentre Arthur nutriva la speranza di fare il comico ma la sua comicità non era apprezzata e sembrava non esserci spazio per lui, la stessa scala fa da palcoscenico riservato a Joker, lui si può prendersi la scena. La posa, l’inquadratura e il luogo della fotografia aggiungono una similitudine con le architetture dei templi, come ad esempio quello di Pura Besakin in Indonesia o il tempio Fushimi-Nari in Giappone, denominati anche “porte del cielo”.
La scala si collega alla simbologia della verticalità, dell’elevazione e del collegamento tra la terra e il cielo; in questo caso essendo il protagonista in discesa, sembra ricondursi alla divinità che raggiunge il piano degli umani, la discesa dopo la sacralità della raggiunta elevazione. La sua mimica trionfale e dinamica è assolutamente evocativa e disinibita, come se si fosse reincarnato in un Dio che si sta muovendo in una danza.

In effetti in una della scene più epiche, il protagonista si esibisce proprio sulla scalinata in un ballo accompagnato dalle note di “Rock and Roll Part 2″ di Gary GlitteIn. Il ballo, tutta la rappresentazione, assomiglia a un rito catartico: serve a calmare dopo un evento stressante. Quando Arthur/Joker danza e canta, si distacca dalla realtà che lo circonda. Sembra allontanarsi, prendere le distanze dal resto. Sia in termini di spazio che di Tempo. 

Dice lo stesso Joaquin: «Ho voluto creare il mio Joker, che fosse frutto della mia immaginazione o della mia pazzia. Per esempio nei movimenti: ci sono momenti in cui danza in modo così leggero che sembra sollevarsi dalla tristezza del mondo in cui vive. Per questo mi sono ispirato a Ray Bolger, lo spaventapasseri de “Il mago di Oz”».
Danzare è un gesto ancestrale: il ballo ritorna in varie scene del film, dopo il suo primo crimine, Arthur scappa inorridito e si rifugia in una toilette ed è proprio lì che comincia a danzare, in preda ad un senso di liberazione, comincia a muoversi in maniera sinuosa, non è dato sapere se il senso di liberazione sia dovuto di più al crimine commesso o al ballo messo in atto per celebrarlo. È come se solo dopo aver ballato i suoi problemi psicologici scomparissero per quel breve momento, restituendogli una momentanea leggerezza interiore.
Anche nella scelta dell’abbigliamento di Joker già nella Locandina si prediligono i colori caldi, il completo è rosso, non il viola di sempre. In latino “rubens” (rosso) è sinonimo di colorato. Da sempre il rosso è associato alla passione, al cuore, al sangue, oltre che agli slanci vitali e al dinamismo.
La scelta del completo rosso ruggine con panciotto arancione conferma la voglia di realismo del regista Todd Phillips nel voler rendere il personaggio Joker meno fumettistico e più ancorato al reale. E infatti il trucco sembra ispirato a quello del serial killer statunitense John Wayne Gacy, soprannominato il Killer Clown perché era solito intrattenere i bambini durante le feste vestito da “Pogo”, un clown.
Dalla sinossi ufficiale del film leggiamo: “L’esplorazione di Phillips su Arthur Fleck, interpretato in modo indimenticabile da Joaquin Phoenix, è quella di un uomo che lotta per trovare la sua strada in una società fratturata come Gotham. Il passo in avanti che fa questo film è raccontare la malattia mentale del singolo inserendola in una società distratta o cinica, per così dire. La malattia è raccontata nel dettaglio: attraverso i dialoghi con la psicologa, attraverso i ricordi dei traumi subiti, nel tentativo di recupero delle proprie origini, nell’uso di psicofarmaci; è una malattia che emerge dal corpo emaciato del protagonista e dai suoi problemi relazionali, dalle sue allucinazioni, in cui si immagina una volta protagonista di un talk show e una volta a cena con l’inquilina del suo palazzo.

La malattia di Arthur Fleck esiste, ma viene fraintesa, minimizzata, ironizzata dagli altri. Come la sua risata, che è sempre fuori luogo e fuori tempo, così fuori tempo da essere incompresa. Perciò Arthur lascia dei biglietti alle persone che incontra per spiegare loro il suo disturbo, per spiegare che la sua risata non è segno di gioia ma una richiesta di aiuto. È ipotizzabile pensare ad un sequel di Joker perché il film apre una serie di questioni sociali quanto mai attuali e desta molta curiosità: che fine faranno i cattivi? Che fine faremo noi? Gli ultimi diventeranno i primi o resteranno ultimi?
Per quanto questo momento storico stia cercando di minimizzare la realtà, dissimulandola, trasformandola in un Meme, non si può non considerare come inevitabili, condizioni come la solitudine, la malattia e il disagio sociale.

Dunque, la condizione di Arthur sarebbe inevitabile. Ma possiamo fare in modo che non si arrivi al Joker?

Siamo ancora in tempo?
Sara Riccio

 

Per saperne di più sul film, potete leggere la recensione completa sul sito di Silenzio In Sala con il quale collaboriamo cliccando la scheda sottostante: