The Voices è il solo project di Paolo Ferrante edito sotto la Masked Dead Records con cui collaboriamo. Quella di Paolo è una specie di musica sperimentale “A Cappella” che ha l’obiettivo di creare atmosfere vicine all’Avanguardia o al Metal con alcune influenze psichedeliche. Di certo un progetto unico ed ambizioso, ben rappresentato da delle copertine che sono vere e proprie opere d’arte.

Ciao Paolo e benvenuto su Art Over Covers. La copertina che raffigura il tuo ultimo lavoro “La Tua Mano Dà, La Tua Mano Prende” è semplicemente stupenda. Ce la potresti descrivere?
In “La tua mano dà, la tua mano prende” (EP – 2019 – Masked Dead Records) ho scelto di proporre in copertina un ritaglio di “Simson Und Delila” di Max Liebermann. Lasciando da parte tutta l’importanza ed il significato che l’opera assume per l’autore del dipinto; questo lavoro mi sembrava rappresentasse al meglio il messaggio che volevo mandare col mio lavoro.  Anzitutto la forma e la tecnica: appare scarna e nemmeno tanto curata nei dettagli, priva di fronzoli e di “contorno”, si riduce all’essenziale; questo è quello che ho fatto nell’EP in questione, a differenza dei precedenti (e successivi) lavori in cui c’è una mole maniacale di linee melodiche e ritmi che si sovrappongono in modo quasi caotico. Poi, principalmente, per il significato che leggo nell’episodio richiamato e su com’è stato reso nel dipinto: l’episodio è chiaramente quello di Dalila che seduce Sansone e poi, appresa l’origine della sua forza prodigiosa, lo tradisce tagliandogli i capelli e così segnalando alle guardie il momento adatto a catturarlo. Nel dipinto Sansone è prostrato mentre Dalila sventola la ciocca, appena tagliata, all’indirizzo delle guardie – si può intravedere una figura pronta ad emergere, da quella che sembra una tenda, sulla sinistra – che quindi riusciranno ad avere la meglio su di lui. Il senso sta in quella mano che è stata capace di dare carezze e poi di tagliare i capelli; concetto che si può estendere all’intera persona di Dalila per la quale il dare non era un atto di amore/generosità, ma era solamente un’esca con la quale prendere.  Qui si apre un’infinità di spunti di riflessione: Sansone ha sottovalutato l’astuzia di Dalila? Sansone ha sopravvalutato se stesso? Se volessimo analizzare la situazione, da un puto di vista di dare/avere, scopriremmo che Dalila aveva bene in mente gli elementi dello scambio nella misura in cui lei avrebbe dato se stessa per prendere i capelli di Sansone e poi dato i capelli di Sansone alle guardie per prendere la ricompensa; Sansone invece stava unicamente dando se stesso. Mentre Dalila ha applicato una logica di scambio e retribuzione, Sansone ha applicato la logica del fare per il piacere di farlo. Da qui si arriva alla mia personale conclusione che vede l’artista “dare, con entrambe le mani”, mentre la persona comune dà con una mano e prende con l’altra; la conseguenza è che la persona comune riesce a mantenere l’equilibrio, mentre l’artista “si ritroverà infine a mani vuote”, perché ha già dato tutto.
È molto interessante anche la grafica del booklet, sembra ci sia ritratto un altro particolare biblico, è corretta questa deduzione?
Nell’interno del booklet, sotto ai testi per intenderci, ho scelto di inserire “Phèdre” di Alexandre Cabanel. Questo dipinto, probabilmente ispirato dalla omonima tragedia francese che, a sua volta, si ispira ad una tragedia ellenico/romana, secondo me si connette molto bene con quello in copertina. Liquidando il mito, ben noto, descrivendo i cardini della tragedia che stanno nel fatto che Fedra, sposa di Teseo, si innamora di Ippolito (figlio di Teseo avuto da altra donna) ma quest’ultimo la rifiuta; per vendicarsi lei scriverà una lettera in cui accusa Ippolito di averla violentata e Teseo, per questo, ucciderà il figlio. Anche in questo caso una donna, la fisionomia è sorprendentemente simile – perfino l’acconciatura dei capelli sembra la medesima – come anche l’ambientazione, che è un letto. Dalila aveva un’espressione fiera, a mento alto, con lo sguardo rivolto alle guardie; Fedra è distrutta e guarda in basso con lo sguardo perso nel vuoto. Dalila teneva con una mano la testa di Sansone e con l’altra ne sventolava i capelli (prendeva con entrambe le mani); Fedra invece con una mano sostiene la propria di testa, mentre l’altro braccio è penzoloni, in atteggiamento di impotenza (si trova nella condizione in cui non ha nulla da dare, se non se stessa). In entrambi i dipinti abbiamo due donne, su un letto, che comunicano con le loro mani: mentre Dalila agisce in maniera forte, Fedra è passiva; mentre Dalila prende la vita, Fedra la dà; Dalila era ispirata da ragioni materiali e da un’ottica di scambio, mentre Fedra era ispirata dall’amore cieco e sconsiderato. Insomma si propongono due modelli, antitetici, che rappresentano bene – a mio parere – gli atteggiamenti, e le loro conseguenze, che vengono descritti nel testo dell’ultimo brano “Entrambe le mani”.

Ci siamo conosciuti con la prima recensione di “A Glimpse Into the Absurd” (di cui era stata recensita la copertina: A Glimpse Into the Absurd- The Voices) che derivava da un’altra opera pittorica; vedendo le altre tue release, gli artwork oscillano tra elaborazioni grafiche e particolari di dipinti. C’è una delle due tecniche che prediligi per rappresentare i tuoi dischi?
Preferisco di gran lunga i dipinti, in “A Glimpse Into the Absurd” ho avuto la fortuna di poter utilizzare un’opera della signora Gallizioli, che ho leggermente ritoccato ed alla quale ho aggiunto logo e titolo; ma per il resto non sono stato così fortunato e quindi, a malincuore, ho dovuto attingere a dei dipinti famosissimi (quelli di cui stiamo parlando) che si potessero associare ai concetti richiamati dalla musica. Le grafiche le realizzo io, ma non me la cavo bene e spesso devo ammettere di trovarla un po’ banali io stesso: con la musica riesco a dare una forma alle mie idee, non ho lo stesso dono nel comunicare con le arti visive! Non è tanto una questione di tecnica, ma è più un fatto di contenuto: si tratta di capire cosa mostrare per evocare una determinata reazione o comunicare un determinato concetto. Con la musica si può cantare una melodia triste anche pronunciando delle parole che di per sé sembrerebbero gioiose, la cosa aggiungerebbe un’ulteriore amarezza; con la musica si usano i timbri vocali, gli intervalli tra le diverse voci, le scelte ritmiche… come fossero dei colori e delle pennellate. Ecco che il timbro può essere associato alla saturazione del colore: un urlo è un rosso acceso, un sussurro un rosa pastello; gli intervalli potrebbero essere i contrasti tra colori diversi; il ritmo può essere benissimo associato alle pennellate: sono morbide e lente oppure sono nervose, frenetiche? Il fatto è che per rappresentare io la mia musica, con le mie grafiche, preferisco uno stile molto psichedelico, pacchiano e kitch; per questo non mi sorprende che le uniche volte in cui sono entrato nelle vostre pagine sia stato per dei dipinti non realizzati da me!
Le tue cover sono inoltre frutto di collaborazioni artistiche; com’è stato il lavoro di realizzazione? C’è qualche artwork che è stato più difficile di altri?
In realtà sia in questo che nel precedente caso non c’è stata una collaborazione vera e propria: ho preso un dipinto, ho ritagliato un settore che mi interessava e poi ho adottato qualche ritocco prima di aggiungere logo, titolo e tutte le parti testuali del caso. Insomma in questi casi il mio apporto è stato davvero minimale. Gli artwork più difficili sono quelli che realizzo partendo dal nulla, come quello di “Light and Weirdness” in cui ho combinato elementi di diversi mandala ed opere di stampo sacro orientale. La cosa più difficile è stata riuscire a fare qualcosa che fosse comunque sensata… e forse non ho superato questa sfida!

Hai in mente degli altri art director con cui sogni di poter lavorare in futuro?
Non ho nessuna idea, però una cosa è sicura: ne avrei un sacco bisogno! Me ne sono accorto quando Sapna Sevvandi Rajasinghe Hettiarachchige ha realizzato un videoclip per “Sweet Illusion” (uscirà presto un nuovo album per la Masked Dead Records); le ho lasciato completa libertà – dopo aver visto un suo videoclip ed essere rimasto colpito – ed ha soddisfatto le migliori aspettative. Mi rendo conto di una cosa: ascoltare la musica guardando un video, fatto bene, ha un valore aggiunto perché aiuta il fruitore a cogliere meglio ogni aspetto proposto. Stesso discorso vale per gli artwork dell’album: quando questi sono realizzati da qualcuno che sa il fatto suo, che sa comunicare con le immagini, diventa più facile comprendere la musica e calarsi dentro di essa. Per questo motivo approfitto dell’intervista per lanciare un disperato appello agli artisti dell’immagine: se qualcuno tra voi è così disturbato da apprezzare la mia musica e vorrebbe aiutarmi a darle una forma visiva, si faccia avanti!

Da cosa è derivata la scelta del tuo moniker e cosa significa? Chi ha disegnato il logo? Le due maschere teatrali poste sopra la scritta hanno un significato simbolico particolare?
The Voices nasce come d’arte nel 2013 circa ed era il mio moniker personale mentre cantavo nei Secretpath; anche in quel gruppo usavo un sacco di tecniche vocali (una alla volta però!) e quindi ben presto questo è diventato un mio tratto distintivo. The Voices è stato il nome che ho dato a me stesso per rappresentare questo saltare repentinamente da una tecnica all’altra in maniera sciolta e continuativa, è stata una bella sfida riuscire a farlo. Successivamente, esaurita l’esperienza coi Secretpath, non riuscendo a trovare un gruppo col quale esprimermi al meglio (ed essendo incapace di suonare alcunché) ho intrapreso questo progetto solista, dandogli il nome The Voices ed alzando ulteriormente l’asticella della sfida. Questa volta avrei usato esclusivamente la mia voce, tutte le tecniche vocali possibili (ed anche quelle impossibili di tanto in tanto…) e nessun effetto, per creare una musica di carattere sperimentale ed avanguardistico. L’EP del quale stiamo parlando adesso, invece, fa eccezione perché ha le chitarre di Pierluigi Ammirata (dei Secretpath appunto). Il logo è stato disegnato da una mia ex, mi piaceva lo stile vagamente barocco sulle lettere, le maschere teatrali volevano richiamare la mia propensione alla teatralità ed il fatto di inserire vocalità operatiche all’interno di un contesto da Metal estremo.
Ti è mai capitato di acquistare un disco solo per l’immagine della cover? Se sì quale?
Sì, è successo con “The VIIth Coming” dei Cathedral, l’artista che esegue le loro grafiche è davvero pazzesco! All’epoca ascoltavo esclusivamente Metal estremo e disdegnavo qualsiasi cosa non avesse scream e/o growl, successivamente ho allargato i miei orizzonti ed ora ascolto con piacere qualsiasi genere di musica che sia fatta con passione e nella quale possa riconoscere dei meriti artistici. Mi concentro maggiormente sul canto, ovvio, ma non disdegno anche i gruppi strumentali, di tanto in tanto. So bene che adesso è possibile scaricare tutta la musica che si vuole: io stesso metto a disposizione tutta la mia discografia per il download gratuito sia nel mio Bandcamp, sia creando i Torrent che inserisco nei vari siti di pirateria (insomma mi autopirato!). Quando la Masked Dead Records stampa e pubblica i miei lavori non vende la mia musica, che chiunque può trovare gratuitamente un po’ ovunque, ma acquista, di fatto, un oggetto da collezionismo. Ecco perché la copertina, il formato del mini-cd, il libretto coi testi, il fatto di creare sempre nuovi contenuti speciali che arricchiscono il cofanetto, sono tutti quegli elementi che non si possono “scaricare” e quindi rendono interessante l’acquisto. Avere sulla mensola un mini-cd con una bella grafica, con una musica originale ed unica, in un’edizione limitata a 30 copie numerate a mano, pagandola ad un prezzo che praticamente a stento copre i costi di realizzazione… è qualcosa che fa impazzire i collezionisti!
Il tuo colore preferito e perché
Il blu oltremare, quello del lapislazzuli per intenderci. È un colore che mi trasmette nobiltà e serenità, tranquillità.

Quali sono secondo te le copertine migliori della musica?
Personalmente impazzisco per le vecchie copertina dei Cannibal Corpse, sono qualcosa di inimitabile e di assolutamente efficace! Tutta la scena Brutal/Gore ha poi ereditato quel modo di intendere le grafiche, tramandando il gusto per le opere realizzate a mano che – secondo me – hanno sempre una marcia in più. Se dovessi sceglierne qualcuna direi “Tomb of the Mutilated” e “Butchered at Birth”.
I tuoi artisti preferiti o fotografi.
Impazzisco per Christophe Szpajdel disegnatore di loghi, il fatto che li realizza a mano, il loro stile simmetrico, la sua enorme fantasia e minuzia ossessiva nei particolari… Lo considero un genio.
Libertà di espressione, dicci pure qualcosa che hai voglia di comunicarci!
Vi ringrazio per questo spazio che ho indegnamente occupato nelle vostre pagine. Posso anticipare che in autunno uscirà un nuovo lavoro, pubblicato dalla Masked Dead Records, in cui ci sarà davvero tantissimo spazio per le vocalità più estreme (così anche da controbilanciare tutta la dolcezza e romanticismo di questo EP!). Già ho pubblicato due pezzi (uno dei quali col meraviglioso video di Sapna) per dare un’idea di cosa bolle in pentola. Non abbiate paura della stranezza, smettete di ascoltare sempre le solite cose e tenete sempre aperta la vostra mente!