La musica strumentale dei milanesi La Macchina di Von Neumann, definiti da molti “I Mogwai della Brianza”, apre orizzonti di realtà immaginifiche di un’originalità davvero innovativa. Le note diventano vere e proprie opere d’arte concettuali, in cui è racchiuso tutto il loro mondo. Capita raramente di avere a che fare con band così lungimiranti, e noi di Art Over Covers non ce li siamo lasciati sfuggire!

Ciao ragazzi e benvenuti su Art Over Covers, avete voglia di parlarci un po’ di come è nata la vostra band?

La macchina di von Neumann nasce attorno a marzo 2014. All’epoca, Davide e Francesco avevano in mente già da tempo di tentare la strada del progetto di musica strumentale. Dopo aver scritto i primissimi pezzi – alcuni dei quali, tra l’altro, sono inclusi in Formalismi, il nostro ultimo album – si sono uniti alla band anche Samuel e Stefano. Francesco, Samuel e Stefano avevano già suonato insieme in una band precedente, quindi si conoscevano molto bene, anche musicalmente. Questo è stato un bel vantaggio, sotto molti aspetti.

Quant’è importante secondo voi l’immagine per la vostra musica?
Dato che suoniamo musica strumentale, è difficile – se non impossibile – decidere a priori di comunicare qualcosa in particolare. Senz’altro i nostri pezzi possono suggerire sensazioni e stati d’animo, ma non scegliamo mai a priori il mood dei nostri brani, sarebbe troppo banale e riduttivo. Formalismi è nato da un’idea ben precisa: poiché siamo coscienti della difficoltà di “comunicare” concretamente tramite brani strumentali, l’intenzione è lasciare che sia l’ascoltatore ad associare liberamente la nostra musica al proprio vissuto e ai propri stati d’animo. L’immagine per la nostra musica è importante non tanto affinché noi abbiamo un mezzo per comunicare, quanto per suggestionare l’ascoltatore e stimolare l’ascolto. Questo principio è il fondamento di Formalismi e si applica ad ogni elemento legato al disco: ad esempio, il video di Qui una volta era tutta campagna, che uscirà prossimamente, sarà un cortometraggio la cui idea è interamente del regista, Giovanni Battista Bacilieri, il quale si è lasciato ispirare dal brano per scrivere una storia. Noi non abbiamo voluto mettere alcun veto o preferenza riguardo la storia, né tantomeno sulla realizzazione: abbiamo lasciato che fosse lui ad interagire con il brano e realizzare qualcosa che fosse suo, prima che nostro.

Potete descriverci la copertina del vostro ultimo full-lenght “Formalismi” e raccontarci come è stata elaborata l’immagine con il suo significato?
La copertina di “Formalismi” rappresenta la sintesi di quanto dicevamo poco fa. Il disco è di fatto un esercizio di stile, rappresenta lo “scatolone” all’interno del quale l’ascoltatore può mettere le proprie emozioni ed i propri sentimenti. Di fatto, la copertina di “Formalismi” rappresenta un distributore di palline magiche, di quelli che si vedevano ovunque quando eravamo piccoli. Non ha un significato preciso: come detto, l’obiettivo non è tanto dare un significato a quello che facciamo, quanto fare in modo che l’ascoltatore si interroghi e decida da sé quale senso attribuire alla nostra musica e alle immagini.
Trovo assolutamente geniale che abbiate voluto rappresentare le tracce con un’immagine ciascuna. Ora come non mai siamo in un’epoca dove l’immagine è tutto, potrebbe essere uno spunto come innovazione futura? Ovvero, niente più titoli, come le emoticon che sostituiscono le parole; ci siete andati molto vicino con la traccia”¯\_(ツ)_/¯” molto simpatica!
¯\_(ツ)_/¯ è la nostra reazione quando ci viene domandato “ma perché avete un brano che si chiama ¯\_(ツ)_/¯?”. Usare le emoticon come titoli potrebbe essere un’idea, magari ve la ruberemo in futuro… Oltre alle immagini all’interno del booklet – realizzate dalla mano fatata di Andrea Camboni, come anche la fotografia della copertina – abbiamo realizzato una playlist su YouTube in cui ogni brano di Formalismi è associato ad un video. Ad eccezione di Lipsia ed Arturo, i primi due singoli, non si tratta di videoclip veri e propri: sono immagini di repertorio il cui scopo è suggestionare e guidare l’ascoltatore, il quale può liberamente associare alle immagini e al brano il proprio vissuto.
Com’è stato collaborare con Andrea Camboni? Ha curato sempre lui gli artwork degli dischi precedenti?
Andrea ha curato la maggior parte degli elementi grafici che ci riguardano. Gli artwork di “Buona Musica!”, “Tale Edro Shin Tone” e “Formalismi” sono tutti opera sua. Oltre ad essere molto bravo è anche molto gentile, tanto che gli abbiamo chiesto se volesse dirci qualcosa riguardo il lavoro per Formalismi e lui ci ha mandato un piccione viaggiatore dall’Inghilterra (per la serie cervelli in fuga) con al collo il messaggio che segue:
«Lavorare per Formalismi è stata una bella sfida; a differenza degli altri progetti, questa volta bisognava curare l’intera progettazione grafica dell’album, non solo la copertina e il retro. Lavorare al booklet è stata la parte più divertente e gratificante: Come punto di partenza avevo solo il nome delle tracce e la musica de La Macchina di Von Neumann. Lavorare senza un testo in questo caso è stato liberatorio, non avendo vincoli siamo riusciti a lavorare sull’essenza, sulla Forma dei brani da un punto di vista visivo. Alcune tracce sono rimaste molto fedeli al titolo: per L’estate del ’76, dedicata al disastro di Seveso, ho preso spunto dalla struttura dello stabilimento ICMESA coinvolto nell’incidente; così come per Arturo, un omaggio al mitico furgone del Sulè di Agrate Brianza, molto caro alla band. Con altri brani invece ho avuto più possibilità di lasciarmi guidare dagli stessi: Purovška l’ho subito immaginata come una bottiglia di vodka bevuta nei peggiori bar di Novgorod. In¯\_(ツ)_/¯ invece, ho subito visto un robot. Ho voluto che lo stile delle illustrazioni fosse il più semplice possibile. La palette è composta da solamente tre gradazioni di grigio. Questo perché le otto immagini devono accompagnare i brani, non sovrastarli, e insieme accompagnare l’ascoltatore nella sua personale scoperta di Formalismi».

Le vostre scelte a livello di immagine per le copertine sono completamente diverse l’una dall’altra. Ce ne sarebbe da parlare! Tra queste quale ha avuto la storia più particolare?
Probabilmente “Formalismi” ha avuto la genesi più particolare. Il titolo del disco è nato una sera in cui, in preda ai fumi dell’alcol, abbiamo realizzato che non ci importasse tanto veicolare un messaggio – e, di fatto, che non lo stessimo proprio facendo – quanto lasciare tutto alla libera interpretazione dell’ascoltatore. Poi, per scegliere di rappresentare un distributore di palline sulla copertina, è bastato… vederne uno.

Devo assolutamente sapere perché la copertina di “Buona Musica!” rappresenta uno stracchino.
Il riferimento è al discorso presente in Ecco, appunto. Nella breve introduzione parlata, si muove una critica all’industria musicale (italiana, in particolare), che tende a valorizzare solo artisti e gruppi musicali i quali, pur non avendo necessariamente delle capacità, delle idee e qualcosa da comunicare, vengono preferiti ad altri artisti esclusivamente per il fatto di appartenere ad un certo “giro” e di avere le conoscenze giuste (lo “stracchino avvolgente”, per l’appunto). Il che non è sbagliato a prescindere: se ci sono contenuti, idee valide e capacità di cogliere le occasioni giuste, è giusto che si venga preferiti ad altri. Il problema è che spesso le realtà che propongono e producono musica scelgono utilizzando altri criteri decisamente meno meritocratici.
Da amante degli animali devo chiedervi come mai l’elefante di “Tale Edro Shin Tone” ha quattro occhi, riprende l’immagine di “S/t” con Von Neumann a quattro occhi? È una cover molto particolare. Me la volete raccontare? Credo che anche questo artwork meriti due righe!
I quattro occhi afferiscono all’estetica del primo EP, “s/t”. Andrea Camboni ha voluto riprendere questo elemento nella copertina di “Tale Edro Shin Tone”, che contiene due remix del brano Tale Edro Shin Tone, contenuto proprio in “s/t”. Un altro elemento che proviene dallo stesso ambito estetico è John Von Neumann, a sua volta con quattro occhi, che indossa un impermeabile giallo (colore usato per tutte le grafiche legate a “s/t”) e offre delle noccioline all’elefante. Anche qui, Andrea è stato lasciato libero di farsi ispirare dal contenuto dell’EP.
Da cosa è derivata la scelta del vostro moniker e cosa significa? C’entra con la frase «Con quattro parametri posso descrivere un elefante e con cinque posso fargli muovere la proboscide» di John von Neumann?
Quella frase di John Von Neumann è, in particolare, il motivo per cui la copertina di “Tale Edro Shin Tone” raffigura un elefante. Abbiamo scelto il nome della band senza una ragione particolare: due di noi hanno frequentato una facoltà universitaria che si chiama Informatica Musicale, il nome suonava bene e lo abbiamo tenuto. Ah, cosa importante: la pronuncia corretta è ˈla ˈmakkina ‘di ˈfɔn ˈnojmɒn. Ci teniamo sempre a specificarlo perché spesso le persone danno spazio alla propria creatività nel dire “von Neumann” (dicendo cose tipo “von NIUMAN”).
Dopo tutto questo parlare, in conclusione cosa volete trasmettere attraverso le vostre immagini dell’artwork e con i vostri video? Che obiettivi vi siete prefissati?
Come per quanto avviene con la nostra musica, anche con le nostre immagini e video non vogliamo trasmettere un messaggio particolare: questo progetto è nato con l’idea di non porsi dei limiti e di fare liberamente ciò che ci piace, e tale discorso vale non solo nella musica ma anche con tutto il resto, artwork e video compresi. Facciamo le cose perché ci piacciono e abbiamo intenzione di continuare a fare così.

Vi è mai capitato di acquistare un disco solo per l’immagine della cover? Se sì quale?
[Davide] Non l’ho mai acquistato, ma quando avevo 15 anni ho scoperto i Metallica perché ero attratto dalla cover di “St. Anger”. In realtà avevo notato la copertina già quando ero alle elementari: mi piaceva molto, ma mia madre non voleva comprarmi il disco perché sosteneva che i Metallica fossero una band satanica.
[Samuel] A me non è mai capitato, ma questo inverno ho acquistato il disco di una band di Bologna, i Big Cream, che ha una copertina totale.
[Stefano] “Vulgar display of power” dei Pantera.
[Francesco] così al volo mi vengono in mente “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd, “Another Page” di Christopher Cross e soprattutto i dischi di Fausto Papetti (grazie ispettore Coliandro).
Il vostro colore preferito e perché
[Samuel] Il mio colore preferito è l’arancione perché boh.
[Stefano] Il mio è il rosso, ma non ricordo bene il motivo, probabilmente perché da piccolo giocavo a calcio in una squadra che aveva la maglia biancorossa.
[Davide] Il mio colore preferito ovviamente è il blu, ma solo se accompagnato dal nero, possibilmente a strisce verticali, possibilmente dell’unica squadra di calcio italiana che abbia fatto il triplete.
[Francesco] Il mio è il giallo perché le scarpe gialle costano sempre molto meno delle altre.

Quali sono secondo voi le copertine migliori finora disegnate di altri artisti?
Ne scegliamo una a testa: “Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven” dei Godspeed You! Black Emperor, “Follow the Leader” dei Korn, “Definitely Maybe” degli Oasis, “Unknown Pleasures” dei Joy Division.
Un artista preferito per le copertine con cui vi piacerebbe lavorare in futuro, senza nulla togliere al vostro grafico, s’intende!
Onestamente al momento non c’è un artista in particolare con cui speriamo di collaborare in futuro per quanto riguarda gli artwork, siamo matti e Andrea (che è decisamente più di un grafico) ci supporta sempre al 100%: la collaborazione secondo noi funziona e siamo mega-contenti così.

I vostri artisti preferiti o fotografi.
Lui! Neil Buchanan

Libertà di espressione, diteci pure qualcosa che avete voglia di comunicarci!
Buona musica a tutti!