Anno d’uscita: 1993
Sito web: https://www.litfiba.net/
“Terremoto”
è il secondo album del gruppo toscano Litfiba facente parte della “Tetralogia degli elementi”: concept che in questo caso rappresenta infatti, l’elemento “terra”. L’artwork ha un aspetto semplice, diretto, oserei dire per certi versi quasi primordiale; con un bel gancio destro che emerge dalla crosta terrestre e che sembra quasi uscire dalla copertina. La scossa che fa tremare il mondo generata dal pugno rappresenta in modo abbastanza esplicito le intenzioni della band.

Il terremoto è, sicuramente, una fra le forze naturali più devastanti e imprevedibili che si muove dalle viscere del globo terrestre e distrugge indiscriminatamente tutto quello che si trova sulla superficie; le attività vulcaniche sono ad esso strettamente correlate.

«Sono un vulcano e non mi ferma nessuno…». Un pugno… un pugno vulcanico! questo potrebbe simboleggiare ad una prima impressione, per usare un eufemismo, un sentimento di disapprovazione, o meglio, un’energica disapprovazione! Sicuramente in linea con l’atteggiamento per lo più impegnato del gruppo musicale in questione, ma non è da escludere un significato intrinseco ancora più profondo: l'”unione”. Le dita della mano che si raggruppano e si uniscono, per diventare qualcosa di più potente così come il proletariato che attraverso l’istruzione e la lotta costituisce un sistema forte e possente come un pugno.

«Non è la fame ma è l’ignoranza che uccide…». Esso emerge da una terra colma di fratture, frastagliata, divisa in tanti piccoli frammenti, arida, ma attraverso la lava, destinata a riunirsi. La scritta Litfiba con la L iniziale e la A finale allungate è molto simile alla logica utilizzata per il logo dei Metallica.
Nell’interno del booklet del disco possiamo trovare la trascrizione completa delle canzoni impaginate su uno sfondo rosso persistente, estese su tutta la lunghezza del foglio come se fossero un unico testo e separati solo dal titolo. La foto della formazione dei Litfiba che all’epoca includeva Piero Pelù, Federico ”Ghigo” Renzulli, Federico Poggipollini, Antonio Aiazzi, Roberto Terzani, Franco Caforio è tutta in stile ”bandito messicano”, Ghigo ricorda Fernando Sancho: un attore che recitava spesso in spaghetti western impersonando per l’appunto proprio il bandito messicano.
«Vogliamo i ladrones, vogliamo tutti i loro nomi… ». La foto realizzata da Cesare Dagliana così come il resto dei contenuti impaginati, presenta i bordi sfumati e tinte calde in maniera tale da dare un effetto “bollente”; coerente con il resto del contenuto. La tematica è indubbiamente una critica verso la società e la politica contemporanea di allora. Spesso le strofe assumono un carattere decisamente sarcastico; tralasciando i brani un po’ più esotici come “Fata Morgana” o quelli antimilitaristi come “Prima guardia”, i restanti “Maudit”, “Soldi”, “Il mistero di Giulia”, “Dimmi il nome”, “Firenze sogna” e “Dinosauro” hanno tutti lo stesso denominatore comune.

Le sonorità sono, volendo usare un termine “giovanile”, pesanti. Spiccano da subito le chitarre sempre molto presenti e con una predilezione per le note gravi della scala, un ampio uso di powerchord o se preferite accordi potenti! Il tutto sovrastato dalla voce cavernosa e graffiante di Pelù che denota un’elevata tecnica di canto. Non mancano gli effetti sonori che un po’ caratterizzano questa eccentrica band come il telegrafo che lancia un S.O.S in codice morse e il terremoto in “Sotto il vulcano”; lo scratch in “Maudit”, lo scaccia pensieri in “Dimmi il nome”, il sitar in “Fata Morgana”; perché anche l’orecchio vuole la sua parte!

Le linee melodiche sono così semplici che alcuni potrebbero pensarle quasi scontate dal punto di vista musicale, discriminando magari le capacità compositive degli autori ma forse era proprio questa l’intenzione: creare qualcosa di efficace e immediato, senza troppi giri sonori. Ma se dobbiamo proprio dirla tutta chi si intende almeno un pochetto di musica o di arte in generale sa che creare qualcosa di complesso partendo da pochi elementi di base è molto più impegnativo. In questo modo si sottolinea la tendenza della società moderna ad essere sempre più incapace di apprezzare le cose modeste, di stupirsi anche per le cose naturali che viviamo ogni giorno, cose che la Terra ci offre e che diamo per scontate.
Gianluca “Gianlock” Anedda