Anno d’uscita: 1966
Sito internet: https://abbeyroad.thebeatles.com/
Nell’evoluzione musicale e stilistica dei Beatles, dal beat degli esordi verso la psichedelia e la complessità degli anni successivi, un posto d’onore merita “Revolver”, album considerato da Rolling Stone al terzo posto tra i 500 dischi migliori di tutti i tempi (al primo posto c’è “Sgt. Pepper”). Anche la copertina del disco si presenta particolarmente innovativa: a differenza delle precedenti, in cui i quattro di Liverpool comparivano in fotografia, in questo caso vengono utilizzati la grafica e il collage.

Il progetto della cover fu opera di Klaus Voormann (http://www.voormann.com/), artista tedesco amico dei Beatles fin dai giorni in cui la band suonava al Kaiserkeller di Amburgo e lui era un giovane studente di scuola d’arte. Insieme alla fotografa Astrid Kircherr – che diventò la compagna di Stuart Sutcliffe, primo bassista del gruppo, Klaus esercitò una profonda influenza stilistica sul look della band. Dall’incontro con Astrid e Klaus nacque infatti il nuovo hairstyle della prima formazione dei Beatles: tutti, infatti, ad eccezione di Pete Best, abbandonarono la capigliatura da teddy boy, iniziando a pettinarsi con la frangetta. Klaus Voorman rimase in contatto con loro anche negli anni successivi, suonando nella Plastic Ono Band di John e Yoko e collaborando ad alcune incisioni dei Beatles solisti in qualità di bassista. L’artista, che è spesso ospite di manifestazioni musicali ed artistiche in Italia, ha pubblicato nel 2016 un volume dedicato al cinquantennale di “Revolver”.
Il concept di Voormann tendeva a mettere in risalto i capelli, un tratto distintivo del look del quartetto, che nel 1966 si erano ulteriormente allungati rispetto all’acconciatura moptop degli anni precedenti. Il disegno dei quattro volti fu eseguito a inchiostro di china e fu accostato a un collage composto da immagini dei musicisti ritagliate da giornali e riviste e da fotografie scattate appositamente. Le teste occupano i quattro quarti della copertina e i loro sguardi si rivolgono in quattro  direzioni differenti.
Paul McCartney, in alto a sinistra, compare di profilo; John Lennon, accanto, guarda verso la propria destra; sotto Paul, Ringo alza gli occhi verso l’alto mentre George Harrison, in basso a destra, sembra guardare lo spettatore. Tra le fotografie “accatastate” compaiono poi quattro personaggi disegnati, gli stessi Beatles, come avvinghiati tra loro. Il trait d’union tra la parte grafica e quella fotografica è rappresentato proprio dalle capigliature dei quattro,  quasi a figurare un “four-headed monster”: fu Mick Jagger a dare questa definizione del quartetto di Liverpool per lo straordinario impatto che ebbe più di ogni altra band prima di allora. Klaus riuscì perfettamente nel suo scopo, che era quello di ritrarre quattro individui nella propria singolarità e al tempo stesso uniti da un legame, quello costituito dal gruppo, che in quel momento pareva indissolubile.

Lo stile del disegno ricorda le opere dell’artista inglese Aubrey Beardsley.  Quest’ultimo fu un illustratore della tarda età vittoriana, contemporaneo di Oscar Wilde e molto influente anche nei decenni successivi. Celebri furono le sue incisioni in bianco e nero, a campiture piatte, a loro volta ispirate all’arte giapponese, per la Salomè del carismatico scrittore irlandese.
La scelta cromatica, basata come si è detto su un rigoroso bianco e nero, rappresenta una controtendenza rispetto al periodo, in cui sulle copertine predominava un abbondante uso dei colori. Il viso di Voormann, come anche la sua firma, sono visibili tra i capelli di George sul lato destro, sotto le labbra di Lennon.
Una copertina davvero significativa e iconica contribuì a rendere immortale anche il suo contenuto, caratterizzato da un’estrema varietà di stili. Brani innovativi e sperimentali come “Tomorrow Never Knows”, le suggestioni indiane di “Love You To”, il quartetto d’archi di “Eleanor Rigby” e l’immancabile “Yellow Submarine”, accanto a piccoli gioielli come “For No One”, “Here; There and Everywhere” costituiscono il variegato mosaico di questo album.
Maria Macchia