“Hastings 1066”
Anno di uscita: 2002
Sito web: https://it.wikipedia.org/wiki/Thy_Majestie

«Harold rex interfectus est»… Re Aroldo II d’Inghilterra fu ucciso. Nella battaglia di Hastings del 14 Ottobre 1066 d.C. contro l’armata normanna guidata da Guglielmo “il Conquistatore”. La sua morte mutò alle fondamenta il futuro dell’Inghilterra per i secoli successivi, a cominciare dalla posizione subalterna che la popolazione sassone sconfitta dovette di conseguenza assumere, e dei tumulti che ne derivarono. La peculiarità dell’avvenimento è quindi sicura, ma ancor più singolare è la natura di un documento storico che testimonia e descrive minuziosamente la vicenda: un tessuto di lino dell’XI secolo, quasi contemporaneo ai fatti, conosciuto come “l’Arazzo di Bayeux”. Eseguito, secondo lo storico e saggista inglese G. Slocombe (18941963), da donne inglesi abili nell’arte del ricamo, l’arazzo illustra in 58 scene per una lunghezza complessiva di poco inferiore a 70 metri l’intera avventura dell’invasione normanna senza tralasciarne gli antefatti.
La narrazione si svolge attraverso vivide scene, accompagnate da descrizioni in latino ricamate a loro volta sul lino tra i personaggi. Si tratta di un racconto corale, che coglie non solo l’aspetto bellico, ma anche la semplicità dei gesti compiuti da gruppi di persone ritratti in lavori ordinari: ad esempio i carpentieri impegnati nella realizzazione della flotta normanna, o gli operai che effettuano il varo delle singole navi trascinandole in acqua a piedi nudi. Le azioni sono naturalmente scandite dalle decisioni dei condottieri, tuttavia l’arazzo conserva una dimensione collettiva.
In che modo possiamo allora indagare gli intenti, la volontà, e la psicologia di Re Aroldo II e del “Conquistatore” dietro gli sguardi fermi e i gesti severi dei due campioni come sono impressi nell’arazzo?
Una possibile interpretazione ci viene offerta dalla band symphonic power-metal italiana Thy Majestie in “Hastings 1066”: il secondo full-lenght pubblicato dalla formazione nel 2002. Come il titolo suggerisce, le composizioni dell’album si concentrano proprio sulle vicende che portarono all’ascesa normanna in Inghilterra. Infatti, nell’illustrazione che è posta in apertura, e che costituisce la copertina del disco, riconosciamo dettagli tratti proprio dall’“Arazzo di Bayeux”,tra cui un furioso duello tra un fante sassone armato d’ascia e un cavaliere normanno. Sulla sinistra dell’immagine, nell’ombra, distinguiamo invece il profilo di una torre muraria con un parapetto munito di merlature e caditoie. Si tratta verosimilmente della Torre di Guy: un edificio di dodici lati situato sull’angolo nord del castello inglese di Warwick, nel Warwickshire.
Sebbene la torre risalga al tardo XIV secolo, la fortificazione originaria fu ordinata proprio dal “Conquistatore”. Probabilmente la struttura era costituita da un monticello di terra (motta) combinato con un cortile recintato (“bailey”) circondato da un fossato, secondo un modello che si diffuse largamente in Inghilterra proprio a seguito dell’invasione normanna. Da ultimo, al centro dell’illustrazione, risalta uno “scudo a mandorla” del tutto simile a quelli raffigurati nell’arazzo.

Torniamo ora ai ritratti interiori dei due condottieri delineati dai Thy Majestie attraverso la musica e i testi di “Hastings 1066”. Dopo il brano d’introduzione “Rerum Memoria”, il cui testo in latino anticipa come la sfida tra i contendenti avrà conseguenze immani («illum factum mutavit in aeternum Angliae fata»), ci troviamo già nella successiva canzone “The King and the Warrior” a intuire come il conflitto tra il “re” Aroldo e il “guerriero” Guglielmo sia stato inevitabile, quasi “prestabilito” come lo scontro tra i due sovrani di una scacchiera. Il primo campione, infatti, aveva già dimostrato prima del 1066 salde capacità di strategia militare sconfiggendo le truppe del capitano di guerra gallese Gruffydd nel 1063, fino a salire al rango di conte più importante d’Inghilterra sotto il regno di Edoardo il “Confessore” (1003 -1066). Il secondo, sopravvissuto a sedizioni e tradimenti fin dalla giovane età, aveva unificato la Normandia sotto il proprio comando vincendo la sua prima battaglia nel 1047, a Val-ès-Dunes nei pressi di Caen, contro una coalizione di baroni ribelli. Due animi letteralmente “forgiati nell’acciaio”, come recita il testo della canzone.

L’occasione che diede di fatto inizio allo scontro tra i due condottieri è descritta in “Echoes of War”, quarta composizione dell’album: si trattò di un “incautum donum”. Il 5 gennaio 1066, infatti, Edoardo il “Confessore” morì nel suo letto lasciando in eredità il regno proprio al conte Aroldo. A conferma di ciò “l’Arazzo di Bayeux” mostra due dignitari inglesi che porgono al conte la corona e, nella scena successiva, il nuovo sovrano siede sul trono e riceve le insegne regali assistito dall’arcivescovo di Canterbury Stigand.
Il gesto del “Confessore”, sebbene benintenzionato e diretto a porre come proprio successore una figura carismatica che garantisse unità al regno, si rivelò un rimedio peggiore del male: appunto un “dono incauto”. Guglielmo, infatti, aveva precedentemente ricevuto dal defunto (di cui era cugino) la promessa che quest’ultimo, in assenza di eredi diretti, gli avrebbe conferito il regno in lascito. E ciò sarebbe avvenuto, se non fosse giunta l’intromissione di Aroldo

Il “Conquistatore” non era persona da accettare insolenze di questo tipo, e il testo di  “Echoes of War” interpreta in modo più che verosimile quali dovessero essere i suoi tetri sentimenti, quando seppe dell’incoronazione del rivale avvenuta appena tre giorni prima («Feelings of illusions are smashing your mind and your soul. Inside your hurt pride is crying for revenge.  Vengeance is the answer…»). Ciò fu d’altronde perfettamente coerente con i tratti caratteriali che Guglielmo aveva ricevuto dai suoi antenati. Basti pensare che nel 912 il suo avo Rollone, pirata esule dalla Scandinavia, aveva testardamente rischiato un grave incidente diplomatico con il re dei Franchi Carlo il “Semplice”, di cui era appena diventato vassallo, per aver rifiutato di inginocchiarsi davanti al sovrano e di baciargli i piedi (si trovò alla fine un compromesso nel momento in cui Rollone affidò l’onere dell’omaggio a un guerriero del suo seguito, ma costui, a sua volta per non inginocchiarsi, sollevò la gamba del re talmente in alto da farlo cadere malamente). Comunque, Guglielmo preferì abbinare alla prudenza l’orgoglio granitico dei suoi predecessori.

Pianificò infatti con calma meticolosità la sua vendetta, organizzando una flotta d’invasione che, secondo il canonico normanno Robert Wace, contava seicentonovantasei navi e che approdò in Inghilterra il 28 settembre 1066 senza essere ostacolata dalle milizie costiere inglesi (“fyrd”). L’offensiva sul suolo immediatamente successiva ci viene narrata con lucidi accenti drammatici dai Thy Majestie a partire dalla quinta canzone di “Hastings 1066” (“The Sight of Telham Hill”) fino alla dodicesima (“The Pride of a Housecarl”). Scorrendo le liriche risuona la determinazione quasi ossessiva di Guglielmo mentre incita le sue schiere, e si distinguono anche figure uniche nella mischia del 14 Ottobre ad Hastings, come lo stravagante e spericolato poeta di corte normanno (“jongleur”) Taillefer, che, pur di poter infliggere il primo colpo della battaglia, assalì da solo lo schieramento sassone e uccise un avversario prima di essere abbattuto. Di spicco fu anche la guardia personale di Re Aroldo II, cioè gli House-Carles: una compagnia di combattenti riconoscibili per le pesanti asce da guerra, irriducibili nella difesa dell’altura di Senlac anche dopo la morte del loro re.
Già, il re… C’è una sorta di cupa consapevolezza nella figura di Aroldo. Il tono del suo incitamento ai difensori sassoni nella canzone “The Scream of Taillefer” non ha infatti toni solenni o sfrenati, ma sembra teso piuttosto ad evitare il peggio ( «Leave your hopes beyond the horizon. You will fight only to survive.»). Anche il suo “palcoscenico” per eccellenza nella composizione “Anger of Fate” rivela una rassegnazione inquieta nei confronti di qualcosa di trascendente. Aroldo assiste alla rotta del suo esercito scosso da turbamenti che lo avvicinano a tragici personaggi di Shakespeare come Riccardo II («Looking at this rout I can hear the call of death deep in my heart, while I stay apart…»), il Re “avverte” una minaccia immateriale, un verdetto incombente e inarrestabile («There’s a mystical shade. It’s the anger of fate. I’m feeling the darkness, the revenge against all my life…»). Le parole “vendetta” e “maledizione” rimbombano incessanti mentre nella mente del Sovrano l’avversario Guglielmo assume le fattezze di una nemesi inumana («Cold as ice while you’ll lay your blow. In my disgrace there’s your face there’s my pain»).
Aroldo si piega al fato, sembra quasi volerlo affrettare chiamando il suo avversario («William, you win your challenge, but you won’t get my regress as long as I’m alive!… Wait for me. I say wait for more…»), ma restando tuttavia fermo in una silenziosa dignità che trova anche il sussulto di un ultimo piano di difesa, prima che una freccia  lo uccida come narrato nella canzone “The Pride of a Hoesecarl” e, immancabilmente, nel“l’Arazzo di Bayeux”.
Guglielmo, rimasto padrone del campo di battaglia, ha realizzato il suo intento. Ma la penultima canzone di “Hastings 1066”- intitolata “Through the Bridge of Spears”- insinua il dubbio che nell’animo del vincitore qualcosa si sia nel frattempo spezzato. Guglielmo si toglie l’elmo di guerra, e subito lo turba il numero di morti che coprono il campo: la sua “scacchiera” («My friends and foes united by their deadly destiny»). Il nuovo re sembra barcollare incerto, prega Dio e cerca in Lui una rassicurazione che tutto sia stato parte di un disegno più grande (“I’ve sent my men to face death. Was all this meant just for me?»). Si crea un maligno paradosso nella mente del “Conquistatore”: ora ribadisce con orgoglio di essere il solo vero re («I’m William the only king”), ora supplica Dio di risparmiargli la solitudine che perseguita sempre i sovrani («Don’t make me taste the loneliness that always curses kings»).

Il tormento degenera nella composizione conclusiva “Demons on the Crown”, perfettamente evocativa fin dal titolo, in cui il rimorso torce l’animo di Guglielmo, inaridisce la sua fiducia nel proprio ruolo e nelle proprie rivendicazioni («… few joys for my broken heart, cause the throne is stained with blood…. I lost the faith to vindicate my rights…»). I suoi sonni sono scossi da deliri e ricordi («Worrying flash in my sleepless nights»), e preannunciano le disgrazie future sul suo capo. Temuto ma non amato, sarà infatti tradito dal primo figlio Roberto, e altri due – Riccardo e Gugliemo “Rufus” – moriranno entrambi in circostanze misteriose. Può essere che, durante le sue veglie febbricitanti, il “Conquistatore” abbia scoperto di avere preso davvero in tutto e per tutto il posto di Aroldo? E quindi anche il terrore di una condanna invisibile e incombente? Anche la consapevolezza atroce di essere solo… solo e responsabile? Anche la sensazione di un fato senza volto ma vicino?…

Può essere che in quei momenti Gugliemo abbia voluto disperatamente restituire la corona ad Aroldo, ma senza poterlo fare per quel “dardo assassino” che conclude “Demons on the Crown”, e di cui il “Conquistatore” sembra chiedere incessantemente perdono… ottenendo in cambio solo un ghigno dalle ombre della corona?
Paolo Crugnola