Anno d’uscita: 2019
Regia: Pedro Almodóvar
“Dolor y Gloria”
, ventiduesimo film di Pedro Almodóvar presentato in concorso al Festival di Cannes 2019 è forse l’opera più autobiografica del regista madrileno. Come lui stesso ha dichiarato: «Tutti i miei film mi rappresentano. È vero che questo mi rappresenta di più…». Il regista (anche sceneggiatore e produttore cinematografico) che era diventato famoso in tutto il mondo raccontando le donne, per la prima volta ci parla di sé, lasciandosi andare sul piano emotivo, raccontando la sua vita, ma anche e soprattutto il proprio malessere.

“Dolor y Gloria” è uno dei suoi rari film con al centro un uomo, e per essere precisi sé stesso. È l’opera con cui l’autore, con sincerità e spudoratezza mette in scena autobiograficamente la sua vita, con l’aiuto del giusto alter ego. Il giusto alter ego è Antonio Banderas, (premiato a Cannes per la migliore interpretazione maschile) che interpreta Salvador Mallo un regista cinematografico che ha avuto molto successo nella sua vita, ma che da lungo tempo non scrive e non progetta più.

“Dolor y Gloria” racconta più di cinquant’anni della vita del regista Salvador Mallo: da quando, giovanissimo, cantava solista nel coro della scuola, alla scoperta delle sue prime pulsioni sessuali, a quando era un brillante giovane che nella scrittura e nella produzione artistica trovava la sua salvezza, fino ad arrivare all’uomo adulto (ma pur sempre figlio), pieno di malanni (fisici e psicologici) e terapie fin troppo analgesiche (anche a base di eroina).

Salvador Mallo ha il volto di Banderas ma è in tutto e per tutto Almodóvar: i due si assomigliano come due gocce d’acqua: stessa malinconia nello sguardo, camicie coloratissime, capelli dritti in testa, i mille dolori fisici e mentali acuiti dall’età. Ma non solo: la casa in cui vive Salvador riproduce la vera casa del regista che ha fatto costruire per il film un set identico al proprio appartamento, a Madrid di fronte al Parque del Oeste, in qualche caso completando la scenografia con alcuni oggetti provenienti da casa sua. I quadri, appartengono quasi tutti alla sua collezione. A ricreare la casa di Almodovar-Mallo è Antxon Gómez production designer già autore delle scenografie di “Tutto su mia Madre”, “La Mala Educación”, “Parla con Lei” e “Carne Tremula”.
In ogni ambiente, in ogni tempo e in ogni spazio il colore è tutto, come da sempre lo è in tutta la sua filmografia. L’esigenza di rappresentare così vivacemente i colori (che nel regista fu preponderante nel dopo-dittatura, della Spagna) torna spesso in questo film; torna il Rosso, colore di passioni sanguigne, che rimanda alla terra di Spagna, mediterranea, vivace, con la sua musica ed i suoi profumi.

I luoghi di “Dolor y Gloria” sono diversi: mentre il presente (di Mallo) si sviluppa quasi tutto in ambienti interni, (la bella dimora, gli studi medici, l’abitacolo dell’auto), il passato è solare, all’aperto, non oppressivo persino nella casa-grotta di Paterna, illuminata da un lucernario, dal quale è comunque possibile osservare il cielo e sognare un futuro.
La Locandina del film – intrigante ed innovativa –  presenta il cast praticamente al completo, come in un collage di fotografie: un unico filo conduttore che è poi la vita intera del regista. La memoria è dunque il tema fondamentale: la memoria della madre, la memoria dell’amico perduto, la memoria di se stessi da bambini, la memoria della propria carriera, anche quando si invecchia e il meglio sembra perduto. Presente e passato che si tendono la mano.

Al centro di questo collage, al centro della Locandina c’è il titolo del film: “Dolor y Gloria”, scritto in blu ed in minuscolo. La gloria in effetti è tacitata nel film, è una gloria che allude ad un periodo d’oro ma che in effetti non ce lo mostra mai. E’ un vano ricordo. Il regista non ha alcuna intenzione di parlarne.  Lo si capisce bene dalla scena in cui il regista e il protagonista di un vecchio film restaurato, “Sabor”, non si presentano alla proiezione, dando vita tra l’altro ad una esilarante conferenza stampa telefonica

Alberto Crespo e Salvador Mallo non vanno a prendersi la gloria. L’attenzione del regista si sofferma in tutto il film più sul dolor che sulla gloria. C’è un passaggio bellissimo in “Dolor y Gloria” in cui Banderas/Mallo elenca tutti i dolori che lo affliggono. E’ il dolore fisico incessante che perseguita Almodóvar ormai da anni. Il regista è preda di acciacchi d’età ma anche di una moltitudine di patologie croniche, che vengono esposte senza vergogna nel suo film più personale e intimo.

Il colore della scritta rimanda al colore del mare. E non a caso l’incipit del film (così come il trailer) si apre con una scena “sommersa”: si vede Antonio Banderas (nei panni di Salvador), sott’acqua che sta meditando o ricordando, oppure sta solo restituendo un po’ di pace al suo corpo dolorante: sott’acqua, non sente il peso dei suoi affanni, non sente dolore, non sente niente. Ma ricorda. È come se l’assoluto silenzio del sott’acqua e l’assenza di gravità aiutasse i ricordi a venire a galla. Torna il filo conduttore della memoria, la memoria sott’acqua, nel mare dei ricordi, e torna il valore simbolico dell’acqua, come ritorno alle origini.
John Fitzgerald Kennedy disse a tal proposito: «Siamo legati all’oceano. E quando torniamo al mare, sia per navigarci che per guardarlo, torniamo da dove siamo venuti

Nella locandina, come dicevamo, si osservano tutti i volti della memoria del regista Almodóvar-Mallo: e qui possiamo cogliere un interessante parallelismo della Locandina con il progetto che sta a monte del film: per “Dolor y Gloria” il regista spagnolo ha radunato attorno a sé tutti i suoi collaboratori più cari: non parlo soltanto dei suoi attori feticcio (l’amico Banderas e la sua musa Penelope Cruz).

Pedro ha voluto omaggiare Mina (da sempre una sua passione): è sua la voce che apre il trailer, con l’interpretazione di “Come Sinfonia” firmata da Pino Donaggio nel 1961. Sempre restando nella musica, il compositore spagnolo Alberto Iglesias ha composto tutte le musiche di questo film e di molti altri precedenti. Per non parlare di Juan Gatti, da sempre grafico di fiducia di Pedro e autore di alcune delle più belle locandine dei film del regista madrileno. Gatti firma grafica e animazione del film, disegnando i titoli di testa di questo film semplici e magnetici, anche in questo caso basati su colori accesi e cangianti.

La scelta del regista di portare a sé le persone più care per raccontare la sua vita è quanto di più comprensibile e umano ci sia: quando ci si mette a nudo così profondamente, tenti di farlo in territorio amico, tra persone che hanno dimostrato in passato di conoscerti e accettarti per quello che sei. Perché non è facile parlare di sé dinanzi a milioni di persone raccontando il proprio periodo di dipendenza dall’eroina così come lo stretto legame con una figura materna (la cui perdita ancora si fa sentire in profondità), senza sentirsi circondati da figure di riferimento.

E’ la prima volta che accade che tutti i protagonisti del film siano presenti nella Locandina del film stesso. E’ giusto dunque rendere conto di ogni bellissimo volto: Antonio Banderas, attore prediletto dal regista fin dagli Ottanta è all’ottava collaborazione col regista (“Labirinto di Passioni”, “Matador” (1986), “La legge del Desiderio” (1987), “Donne sull’orlo di una Crisi di Nervi” (1988), “Legami!” (1990), “La Pelle che Abito” (2011), e di nuovo nel 2013 con “Gli Amanti Passeggeri”).

Penélope Cruz, alla quale il regista fa il dono di farle indossare i panni della madre Jacinta (da giovane). La vediamo sorridente in riva a un ruscello intenta a lavare i panni senza mai smettere di sorridere e di cantare.
Julieta Serrano interpreta Jacinta da anziana, santa cattolica e apostolica come la Spagna, la madre che si preoccupa di dare indicazioni a Salvador su come vuole lasciare la vita terrena (nel suo paese di origine), regala il suo rosario al figlio non prima di avergli ricordato di non essere stato un buon figlio.
Asier Etxeandía interpreta Alberto Crespo protagonista sia del “film-nel-film” “Sabor”, del 1987 (causa del litigio con Salvador) sia di un monologo teatrale autobiografico “Adicción” (dipendenza) molto bello che invece segnerà la riconciliazione tra i due. In quel monologo, che per Alberto Crespo diventa arma di riscatto professionale, è contenuta anche la doppia dipendenza, dalla scrittura e dalla droga, dei due giovani amanti che ne sono protagonisti, Salvador e Federico, quest’ultimo interpretato da Leonardo Sbaraglia.
Nora Navas anche se brevemente, interpreta il ruolo indovinato e calzante dell’assistente/accudente Mercedes.
César Vicente è l’ultima straordinaria scoperta di Pedro Almodóvar, che ha scovato questo giovane sconosciuto e l’ha voluto nel suo cast. César interpreta Eduardo un giovane imbianchino con la passione per la pittura che ha l’unica colpa di essere di una bellezza disarmante. Almodóvar, in questo, credo sia l’unico a riuscire a scovare la forte caratterizzazione di certi volti, che sono bellissimi anche quando lievemente imperfetti (l’esempio più eclatante è l’attrice Rossy de Palma ed il suo caratteristico e naso sgraziato).
Nel caso di César, non bastano i denti imperfetti, a rendere meno eccezionale un volto, se hai due occhi ipnotici.
Eduardo è bello, evidentemente troppo bello agli occhi di Salvador bambino, che lo guarda fare una doccia e sviene! Ed è così che il regista decide di raccontare il sorgere dei suoi primi desideri nell’orizzonte dell’omosessualità.
Personalmente credo che “Dolor y Gloria” sia il miglior film di Pedro Almodóvar. Per vari motivi: per l’alto senso dell’estetica che pervade l’intero film, perché è intimo e profondo, per i colori, per la fotografia (di José Luis Alcaine) e la scelta degli attori. Per il suggerimento che il cinema e la scrittura siano l’unica terapia per dimenticare l’indimenticabile.
«Si scrive per dimenticare il contenuto di ciò che si è scritto» dice Salvador Mallo in un momento del film. E in fondo Salvador è un artista che ha dato senso alla sua vita attraverso la scrittura e il cinema.

Il bisogno di scrivere, di narrare, è il bisogno di fermare le cose. Per archiviarle sostanzialmente. Per chi come me ha amato il primo Almodóvar degli eccessi e della provocazione, questo film – figlio di una maturità artistica conclamata – segna il ritorno alle origini con lo sguardo della maturità. Non toglie nulla al personaggio ma aggiunge alla persona. Completa l’immagine del regista/uomo. È un invito a considerare che si può armonicamente mutare pelle più volte, restando sempre fedeli a se stessi.
Sara Riccio

 

Per saperne di più sul film, potete leggere la recensione completa sul sito di Silenzio In Sala con il quale collaboriamo cliccando la scheda sottostante: