Luca Sguera, classe 1992, si avvicina allo studio del pianoforte nel 2004 e porta avanti in modo parallelo lo studio e la ricerca musicale con lo studio della fisica fino al 2012, anno in cui si laurea e decide di iscriversi al triennio universitario presso la Siena Jazz University. Oltre al suo progetto principale da leader “AKA” (col quale ha pubblicato il suo primo disco nel febbraio 2019 per l’etichetta italiana Auand) partecipa come coautore e sideman in diversi progetti come She’s Analog, Francesco Fiorenzani Silent Water, Cocoon, Goodbye Kings e Francesca Gaza Lilac for People, coi quali ha pubblicato dischi ed ha suonato intensivamente in Italia e all’estero. Al momento studia, vive e suona tra l’Italia, Copenaghen, Berlino ed Amsterdam.

-Intervista a cura di Sara “Shifter” Pellucchi-
Ciao Luca e benvenuto su Art Over Covers, parlarci un po’ di come è nato il tuo progetto musicale!

Nel 2017 frequentavo il terzo anno del triennio jazz a Siena ed ero costantemente sottoposto a influenze musicali di vario genere: ascolti personali ed anche condivisi coi miei compagni di corso e coinquilini (ho avuto infatti la fortuna di abitare con amici musicisti per due anni in una casa fuori dalle mura della piccola città toscana), un laboratorio di improvvisazione con Stefano Battaglia, la scoperta e l’analisi di alcuni studi per pianoforte di Ligeti conosciuti grazie ad uno dei miei due insegnanti di pianoforte Simone Graziano, l’approfondimento della figura di Andrew Hill avvenuta con l’altro mio insegnante Alfonso Santimone, l’inizio dell’elaborazione di quella che sarebbe diventata la mia tesi triennale (dal titolo “La ricerca di una temporalità non metronomica nell’improvvisazione jazzistica”), un paio di illuminanti lezioni con il pianista parigino Benoit Delbecq e tanto altro. Sentivo la necessità di rielaborare tutto ciò in una chiave personale, ma sentivo anche la voglia di condividere un percorso musicale intenso con altre persone che potessero ispirarmi tanto nell’immaginazione della musica quanto nella creazione della stessa. Prima di “AKA” avevo già condiviso con Alessandro l’esperienza con la band Cocoon (con cui avevamo pubblicato nel Gennaio del 2017 il disco “Still, Moving” per Emme Record Label) e avevo suonato sporadicamente con Francesco e Carmine in varie occasioni. Alessandro è un musicista molto versatile, capace di passare in modo naturale dal ruolo tradizionale di bassista a quello di pittore di tessiture timbriche, attraverso l’utilizzo dell’elettronica, sempre con una forte propensione verso la melodia. In Carmine tecnica strumentale e visione estetica si fondono in un suono unico e caratterizzante. Francesco ha sviluppato negli ultimi anni un approccio allo strumento che definirei minimale che, unito ad un suono caldo e stratificato, lo rende unico e sempre molto personale nell’ambito del jazz contemporaneo. Ispirato da queste personalità musicali, chiesi loro di suonare nell’ambito di un esame di improvvisazione e rimasi molto colpito da come in modo del tutto naturale fosse emerso un suono di gruppo ben preciso, senza che venisse direzionato dalle mie scelte compositive. Decisi quindi di tenere insieme questo gruppo e di esplorare con loro il nostro universo sonoro attraverso la composizione e l’improvvisazione.

Quant’è importante secondo te l’immagine per la tua musica?
In passato ho fatto alcune performance live di musica improvvisata e pittura e con il gruppo milanese Goodbye, Kings uniamo spesso la nostra musica ai video, proiettandoli anche durante i concerti (è in uscita in questi giorni “A Moon Daguerreotype” il terzo album della band, ispirato alla nascita della fotografia e alla rivoluzione culturale che questo mezzo ha portato, andando a modificare la percezione del mondo che ci circonda) ma personalmente non ho mai lavorato direttamente su un’immagine. Nonostante ciò ritengo comunque che un’immagine in senso astratto sia presente ogni volta che scrivo musica ed improvviso: ad esempio l’arrangiamento di un brano non è altro che la disposizione delle forme e dell’energia all’interno di un campo visivo, per cui è importantissimo per me cercare un equilibrio tra il pieno ed il vuoto.  Penso anche che l’Arte, con la A maiuscola, aiuti ad assumere anche solo temporaneamente una prospettiva sul mondo diversa, cambiando però per sempre la nostra percezione del mondo che ci circonda, per cui le immagini che riceviamo dal mondo assumono un valore diverso. L’ultima volta che ho avuto questa esperienza è stata guardando “Nostalghia” di Andrej Tarkovskij. In questo senso la ritengo estremamente importante per il processo creativo di ognuno di noi.
Puoi descriverci la copertina del tuo ultimo full-lenght “AKA”?
La dualità in musica è una cosa che mi interessa molto ed è presente in più modi all’interno della musica di questo disco, per cui ho voluto che questo elemento in particolare venisse rappresentato dalla foto di copertina. Questa è composta da due strati principali: la geometria delle linee in primo piano, che creano un pattern regolare, semplice e monocromatico, contrasta con un oggetto colorato sullo sfondo, dai contorni fortemente sfocati ed organicamente strutturato (visto da dietro un vetro sporco!) C’è un’altra cosa che mi ha attratto sin dall’inizio: la geometria bidimensionale delle linee del reticolo, (apparentemente) dritte e perfette, viene brutalmente spezzata da un’altra linea, che ha una causa ed un tempo diversi dalle altre e che esiste in una dimensione diversa da quella del reticolo, ma che al contempo interagisce con esso. Può essere così simbolo del miracolo dell’improvvisazione: l’imprevedibilità di un evento grezzo, brutto, che origina una nuova dimensione non prevista dalla composizione, e ancora di più è il fermo immagine della convivenza di queste due realtà apparentemente opposte.
So che hai trovato questa foto sul profilo Flickr del fotografo giapponese Kenji Yanagawa. Ti sei messo in contatto con lui? Com’è stata la collaborazione?
Si, l’ho contattato dopo aver visto la sua foto online. C’erano diverse sue foto che mi piacevano (vi invito a dare un’occhiata al suo profilo https://www.flickr.com/photos/yngw/) e lui mi ha dato totale libertà di scelta.

Parlandomi della cover hai affermato quanto segue: è il simbolo del miracolo dell’improvvisazione: l’imprevedibilità di un evento grezzo, brutto, che origina una nuova dimensione non prevista dalla composizione, e ancora di più è il fermo immagine della convivenza di queste due realtà apparentemente opposte. Facendo Jazz so che l’improvvisazione è un po’ alla base di questo genere musicale, come le jam session; deve essere il connubio tra spontaneità e bravura, una cosa che si forma per caso ma al tempo stesso deve essere creata con una base di raziocinio. Inizia ma non si sa quanto durerà o quando finirà, infatti mi sembra di scorgere un palazzo in costruzione dietro al vetro, è un ulteriore collegamento?
Beh si potrebbe esserlo, io non ci avevo pensato! La foto rappresenta anche esattamente questa dinamica: dietro al vetro c’è un oggetto non ben definito che ognuno di noi attraverso i propri “occhi” può mettere a fuoco in modi diversi dagli altri. Mi piace pensare che possa succedere la stessa cosa con la musica di “AKA”. Se prima di registrarla era solo nostra, ora chiunque può farsene una propria esperienza. A tal proposito, è in fase di ultimazione la realizzazione di un progetto collaborativo che uscirà nei prossimi mesi e che vede alcuni artisti più o meno noti della scena elettronica italiana reinventare “CTB”, la bonus track del disco (scaricabile attraverso un link contenuto nel booklet), in versioni decisamente personali. Al momento il disco è in fase di mastering nelle mani di Renato Grieco.

Sai in che luogo esatto è stata scattata la fotografia?
Riporto le parole di Kenji: “The photo was taken about 12 years ago when my son was born (I remember it taken from the hospital, in Yonago, Japan).”

Rimanendo in terra giapponese mi sono venuti in mente gli scatti del fotografo Michael Wolf, che fotografava i pendolari nella metropolitana di Tokyo, la serie si intitola “Tokyo Compression”. Anche qui il vetro è un elemento fondamentale. Una linea sottile e trasparente che divide due mondi, quello di chi osserva e il mondo dall’altra parte, ti ci riconosci in questa definizione? Cose ne pensi di questi scatti? Magari potrebbero essere un’ulteriore ispirazione.
Si sono completamente d’accordo, ed è un altro dei possibili significati contenuti della foto di Kenji. Noi di qua, il mondo (l’opera d’arte?) di là, e qualcosa nel mezzo, nel mio caso un vetro sporco e suddiviso in quadrati dal reticolo, che – quasi come in un puzzle – restituisce un’immagine campionata di quello che sta dietro (come attraverso dei “sample”, una parola utilizzata in musica elettronica). È importante questa distanza, perché è importante quanto e come noi mettiamo a fuoco quello che sta dietro e in che modo ricostruiamo tale oggetto. Non conoscevo Michael Wolf e ho trovato gli scatti di “Tokyo Compression” molto impressionanti. Mi hanno colpito in particolare due aspetti: gli occhi dei soggetti, chiusi o che puntano direttamente in camera, quasi si rifiutassero – in ogni caso – di guardare la realtà che li circonda o cercassero una via di fuga in un elemento esterno al loro mondo, nell’interiorità della mente o al di fuori del vagone. E poi mi ha colpito la condensa sul vetro: è un elemento umano molto forte, di vita, che si scontra con le espressioni dei volti che la producono, che sembrano averla temporaneamente persa.
Che cosa vuoi trasmettere attraverso le immagini dell’artwork e con i tuoi video?
Attraverso la copertina mi permetto di influenzare l’ascolto della musica, creando una condizione che lo precede. Nel caso di “AKA” penso di farlo attraverso i colori freddi (verde, blu, nero, bianco sporco) e alla geometria della foto. Lo faccio anche invitando l’ascoltatore a dare il proprio significato a tale immagine in in relazione al contenuto del disco. A tal proposito devo dire che la scelta stilistica di Auand Records, che va nella direzione della metafora e che mi ha da sempre colpito e attratto, è molto funzionale: personalmente mi sono ritrovato spesso a cercare il significato della copertina ascoltando la musica di alcuni dischi dell’etichetta. “And We Found Ourselves Talking Machine Language” (https://www.youtube.com/watch?v=ktyU4scpi_Y) è un’improvvisazione di gruppo, non ci sono quindi né una partitura scritta né dei meccanismi interni predeterminati. Produrre il video di questo pezzo è stato per me come fare una vera e propria “trascrizione” ritmica del brano, creando un unicumsonoro/visivo. L’idea infatti è stata quella di creare un video che utilizzasse dei frammenti visivi (provenienti da un breve video di macchine su un’autostrada) allo stesso modo in cui noi avevamo utilizzato i gesti musicali nell’improvvisazione, e andando quindi a sottolinearne le geometrie, a volte evidenti, a volte impercettibili.

Ti è mai capitato di acquistare un disco solo per l’immagine della cover? Se sì quale?
Sì. Lo feci per la prima volta mentre ero in vacanza in Croazia nel 2007, seguendo il consiglio della mia professoressa di lettere di provare a comprare un libro dalla copertina. Comprai “9” di Damien Rice, che è diventato uno dei miei dischi preferiti!
Quali sono secondo te le copertine migliori finora disegnate di altri artisti?
Evangelista “Prince of truth”; Paul Bley “Open to Love” e Steve Lehman “Selebeyone”
Un artista preferito per le copertine con cui ti piacerebbe lavorare in futuro
Dominik Schmitt.
I tuoi artisti preferiti o fotografi
Gerard Richter, Monet, Rothko, Pierre Soulages

Libertà di espressione, dicci pure qualcosa che tu abbia voglia di comunicarci!
Vorrei ringraziarvi molto per avermi fatto queste domande, offrendomi un’occasione di riflessione sul mio lavoro!