Anno d’uscita:  2014
Regia: Roy Andersson
Solo per spettatori forti mi verrebbe da dire, perché “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” non è un film per tutti. Sì, ha vinto il Leone d’Oro nel 2014 al Festival del cinema di Venezia grazie alla lungimiranza del regista Roy Andersson nell’esprimere in modo estremamente singolare e personale la solitudine. Ma l’occhio deve essere allenato per l’oltre. L’oltre alla morte e all’emarginazione che bene vengono messe in scena in questa pellicola.

Il lungometraggio è composto da trentanove piani sequenza fissi, un’unica inquadratura che non si sposta di un millimetro, quasi come se anche noi fossimo inglobati nel chiuso lividore delle immagini. Mentre si assiste l’occhio cerca una via di fuga, come se volesse vedere che cosa accade attorno alla scena ma la cecità dell’uscita prevale e fa rimanere incollati alla storia strampalata di due grotteschi venditori di articoli per scherzi scadenti, come le loro vite chiuse nei propri limiti.

La profondità di campo deve essere direttamente proporzionale alla voglia di intraprendere un percorso cinematografico orbitale verso il distaccamento dai propri parametri stilistici che qui sono tutto tranne che rassicuranti.
L’arte impressionista fa parte della ratio del film, l’atmosfera psicologicamente surreale è coadiuvata da rappresentazioni pittoriche, i cui plumbei colori che oscillano tra il marrone e il grigio si collegano con l’arte del maestro George Tooker. L’intento del pittore è sempre stato mostrare il realismo sociale, con l’assenza di toni sgargianti mettendo in vista la parte più periferica della condizione umana. Come nelle inquadrature è onnipresente la simmetria, la geometria e il pallore nei volti dei personaggi ritratti. La critica infatti lo definì come uno dei migliori artisti capace di cogliere la meglio le ansie del vivere quotidiano.

Il titolo del film invece deriva da un quadro di Bruegel Il Vecchio. L’opera “Cacciatori nella neve” raffigura una situazione invernale, e ci sono alcuni uccelli appollaiati agli alberi. Andersson si immaginò che gli uccelli potessero riflettere osservando le situazioni della quotidianità degli umani.
La locandina mostra una coppia appartata in una distesa color terra di Siena; è uno dei fotogrammi che collegano le scene. Anche qui l’intento artistico è ben collegabile all’arte pittorica. Ci sono evidenti parallelismi con i quadri di Van Gogh e di Monet. L’isolamento ricercato fa allontanare la coppia dalle condizioni ci caos che riguardano il chiacchiericcio sociale presente nella massa sorda, il cane funge da guardiano silente e fuori luogo. La solitudine è dei ragazzi o dell’amico a quattro zampe?
Un altro azzeccato confronto è la somiglianza dell’affiche con un’ulteriore opera: “Il Mondo di Christina” dipinto da Andrew Wyeth. Una donna è sdraiata su un prato e volge il suo sguardo verso una fattoria lontana. Lei è sola e non è accompagnata da nessun altro personaggio. La sua forzata torsione è dovuta dall’handicap fisico della giovane che le impediva la mobilità degli arti inferiori. Anche se il viso è nascosto agli occhi dello spettatore, la sofferenza e la nostalgia sono facilmente intuibili sul volto.
Qui siamo di fronte a un allontanamento che però si trasforma in frustrata nostalgia per la distanza ancora da percorrere. I ritratti nel Monet, nel Van Gogh e il soggetto di Wyeth, come nel manifesto hanno tutti un denominatore comune: quello del momento vissuto lì e adesso, prima che si ritorni a fare parte della quotidianità se pur chiassosa ma composta anche dagli affetti. In tutte le figure infatti, la città è ancora lontana.
Sara “Shifter” Pellucchi

 

 

 

 

 

 

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