Anno di uscita: 2018
Sito web: http://www.aexylium.it/
Di una cosa sono convinto: quando si tratta di scattare le foto “di gruppo” per le band del genere folk-metal, i fotografi rabbrividiscono e si pongono ognuno la stessa domanda: “Ce la farò a inquadrarli tutti insieme?”. Una caratteristica delle formazioni appartenenti a questo genere è proprio l’alto numero di strumenti musicali utilizzati per impreziosire di atmosfera e suggestione le canzoni, e ciò implica ovviamente l’aumento dei musicisti necessari.

Con otto membri in formazione, la band lombarda Æxylium conferma la regola. Il gruppo si cimenta infatti in composizioni che intrecciano la modernità “energica” dell’heavy-metal con il suono di strumenti tradizionali come il violino, il flauto e la cornamusa. Il primo risultato in full-lenght di questa sperimentazione è l’album “Tales from This Land“, di cui potete vedere in apertura l’immagine di copertina.

Le tracce del disco traggono spunto, sia per la musica sia per i testi, principalmente da immaginari mitologici. Vale ad esempio la canzone “Banshee”, ispirata dall’omonima lugubre figura femminile del folklore celtico; oppure le tracce “Into the Jaws of Fenrir” e “The Blind Crow”, che trovano invece le loro radici nell’epica norrena.

“Into the Jaws of Fenrir” si concentra appunto sui minacciosi intenti del lupo demoniaco Fenrir, la cui imponenza cresce in misura pari al suo rancore per essere stato incatenato con l’inganno dagli dei Asi (“Gylfaginning”, 34 da “Edda”di Snorri Sturluson).
La traccia “The Blind Crow” è invece un’interpretazione inedita e complessa del mito degli einheriar, cioè dei campioni ammessi nella sala ultraterrena del Valhalla come premio per la loro morte sul campo di battaglia. Nelle liriche di “The Blind Crow” infatti, il guerriero protagonista, invece di ascendere alla corte degli eroi, incontra un destino diverso in qualche modo “sospeso” tra ricompensa e condanna. Lasciamo senz’altro alla curiosità dell’ascoltatore la scoperta di questa sorte, ma possiamo invece approfittare della quarta traccia del disco per svelare qualcosa di altrettanto sibillino: l’origine del termine Æxylium.

Se infatti l’ispirazione alla base di alcune canzoni di “Tales from This Land” viene da regioni lontane come la Scandinavia, il nome della band arriva da un punto addirittura irraggiungibile. “Æxylium” è in effetti un luogo di pena immaginario, nato dall’inventiva degli otto musicisti, “still unknown to maps, and to men’s memories”, come recita il testo della canzone dedicata.

In questa sorta di prigione sono confinati da intere epoche i criminali più efferati: si tratta di uno spazio con caratteristiche sia fisiche sia metafisiche, in cui il vento e gli incubi sferzano ugualmente, e che supera anche la drammaticità delle visioni barocche di Giovan Battista Piranesi (1720 – 1780) nelle tavole Carceri d’InvenzioneLa band non ha però scelto questo luogo tormentoso per l’immagine di copertina del proprio album: l’uomo anziano assorto che vediamo sedere al centro dell’illustrazione è infatti un personaggio di tutt’altro genere. L’aspetto autorevole, gli abiti, il paesaggio in bilico sulla soglia del sogno, lo avvicinano immediatamente a quell’archetipo umano di cui si trovano tracce già nei druidi descritti da Giulio Cesare (“Commentarii” 6.13.1), e che assume ora i tratti pensierosi del “vecchio valoroso Väinämöinen” protagonista del poema epico finlandese “Kalevala”, ora l’enigmatica duplicità dell’imprevedibile Merlino negli scritti medievali di Goffredo di Monmouth (ca 1100 – 1155). Più recentemente, a metà dello scorso secolo, la fantasia dello scrittore J.R.R. Tolkien concepì un’ulteriore declinazione di questo modello attraverso l’invenzione dello stregone Radagast: una figura secondaria del romanzo “Il Signore degli Anelli” (cui la band  Æxylium ha tra l’altro dedicato la composizione conclusiva di “Tales from This Land”).
Il personaggio ritratto sulla copertina dell’album può dunque essere interpretato sia come un ulteriore esempio dell’archetipo di “saggio vegliardo dei boschi”, sia come una sintesi delle sue varianti precedenti.

Esaminando l’illustrazione, inoltre, non può sfuggire accanto al personaggio il falò crepitante, che idealmente invita l’osservatore a sedersi per trovare un riparo dalla notte e conversare. Si tratta di un’ambientazione ricorrente nella letteratura epica, che offre solitamente il preludio alla narrazione di fatti leggendari. Se scorriamo le pagine del libretto di “Tales from This Land”, vedremo che ciò può valere metaforicamente per le canzoni dell’album. Infatti le illustrazioni interne al libretto sono dedicate ai temi delle composizioni, e, proprio come l’immagine di copertina, ritraggono paesaggi notturni che scuriscono dal blu al grigio attraverso leggere tracce di indaco, appena rischiarati da stelle distanti tra nuvole e foschia. Non solo:  tutti i paesaggi ci appaiono attraverso un barbaglio di fiamme e faville, come se, alzando lo sguardo dal falò accompagnati dalla musica, vedessimo letteralmente le canzoni materializzarsi di fronte a noi. Un esempio di ciò è costituito dalle dimore di legno che si trovano alle spalle del testo della composizione “Revive the Village”, decorate sulla sommità da corna di cervo che possono richiamare alla mente la “Reggia di Heorot” menzionata nel poema altomedievale “Beowulf”.
Un secondo esempio è poi rappresentato dal corvo spettrale protagonista della traccia “The Blind Crow”, che abbiamo già incontrato descrivendo i temi dell’album.
Quindi, in conclusione, potremmo interpretare l’intero artwork dell’album come una vera e propria trasposizione grafica del titolo “Tales from This Land”: un’antologia di racconti attorno al fuoco narrati da un sapiente anziano con un luccichio soprannaturale negli occhi. E, tra lo scoppiettio delle fiamme e il bubbolare del gufo sul tetto, ci potrebbe anche capitare di udire un consiglio appropriato contenuto nell’“Edda Poetica”:

“Non ridere mai
del canuto vate:
spesso è buono
quel che i vecchi dicono,
spesso escon savi detti
da rugoso sacco…”
(Hávamál 134)

Paolo Crugnola