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Gli Atrophy, quintetto Thrash Metal dell’Arizona, sono una di quelle realtà oscurate quasi del tutto da nomi ben più blasonati (come i Big Four) che, tuttavia, è giusto riscoprire e riportare alla luce. Autori di una proposta musicale che si ispira chiaramente a mostri sacri della Bay Area (Exodus e Testament in particolare), questi ragazzi di Tucson hanno sfornato solamente due album: il discreto debutto “Socialized Hate” (1988) e il più maturo “Violent by Nature” (1990).

Il secondo e ultimo disco degli Atrophy presenta canzoni stilisticamente abbastanza varie, tra cui troviamo canonici pezzi Thrash senza fronzoli e iperveloci (come l’opener “Puppies and Friends”) alternati ad altri più groovy e cadenzati (la titletrack e “Too Late to Change”); anche la voce si dimostra in grado di giostrarsi su più registri, spaziando dal timbro rancoroso tipico del genere a episodi più melodici fino ad urla che sfiorano scream e growl (“In Their Eyes”). I testi ruotano – non sorprendentemente – attorno alle tematiche di critica sociale tanto care al Thrash Metal, dall’irresistibile richiamo dell’avidità (“Too Late to Change”) all’inumana e logorante attesa di un condannato a morte (“Forgotten but Not Gone”), passando per l’eutanasia (“Right to Die”), la sovrappopolazione (“Process of Elimination”) e la storia abbastanza banale e pedestre di un adolescente che rinuncia all’istruzione in favore della carriera sportiva per poi fallire (“Slipped Through the Cracks”). Un testo particolare e insolito per il genere è quello di “In Their Eyes”, amara constatazione di come la visone idealizzata che i bambini hanno del mondo si trasformi, anno dopo anno, in cinico disincanto.

L’artwork del disco è d’impatto e scioccante: un ragazzino (curiosità: il modello per questa copertina è Richie Bujnowski, poi Cavalera, che infatti sarebbe divenuto il figliastro di Max Cavalera, frontman dei Sepultura) viene rappresentato con un volto scheletrico mentre è intento a giocare con un carro armato e una pistola all’interno della zona sabbia di un parco giochi. Si intuisce subito che non è un gioco innocente e spensierato bensì malato e prevaricatore.
Nella parte sinistra, presidiata dal piccolo cingolato, si vedono emergere dalla sabbia una mano e un piede, chiaro indizio che qualcuno vi è stato sepolto (la maniglia di una pala è lì vicino) e a giudicare dalla rigida e innaturale posizione delle dita del piede l’intento pare tutt’altro che ludico. In basso a destra è piazzata una bomba con la miccia e a ben guardare, inoltre, la pistola che il bambino impugna è sprovvista del tappo rosso che la identificherebbe come un giocattolo.

Il messaggio della copertina – lo stesso della titletrack – è lampante: fin da piccoli si viene abituati alla violenza presente oramai dappertutto (in televisione, al cinema, nella pubblicità, nei giocattoli e soprattutto nei videogiochi) e, in  questo modo, si diventa insensibili ad essa. Peggio ancora, si è portati a credere che essa sia una atteggiamento normale, consueto, “naturale” tanto da corrompere il puro e candido momento del gioco infantile. Gli altri non sono persone, esseri umani ma semplici ostacoli da evitare o togliere di mezzo. Nel testo della già citata “In Their Eyes” si parla di un mondo sfigurato semplicemente dal fatto di invecchiare (“a world disfigured by simply growing old”) e, infatti, il parco giochi in cui si trova il bambino è un luogo tetro e inquinato da una strana nebbia. O da un gas. Il teschio è una maschera (ai lati si nota il cordoncino) indossata per difendersi dagli attacchi di un mondo freddo e crudele; ma ben presto il farmaco si tramuta in veleno, un veleno che cancella ogni residuo di umanità e lascia la sua firma convulsa, indelebile e piena di sbavature: “Violent by Nature”.
Nik Shovel