Anno: 2017
Regia:
Massimiliano Russo

“Transfert” è un film di Massimiliano Russo, anzi, è la sua opera prima. Il giovane regista catanese, in “Transfert”, oltre a debuttare come regista, si occupa anche della sceneggiatura, del montaggio, della fotografia e della produzione esecutiva, ricoprendo anche un piccolo ruolo nella storia stessa. Per il suo primo lungometraggio, Massimiliano Russo sceglie il genere del thriller psicologico, cercando di mettere una lente sulla pratica terapeutica.

A qualcuno la scelta può sembrare insolita, considerato che Russo ha studiato lettere moderne all’Università di Catania, ma lui stesso, raccontando il suo film dice: «“Transfert” è un thriller psicologico, che fa uso della psicoterapia come mezzo per l’evoluzione e lo sviluppo delle vicende. La psicoterapia mi ha sempre affascinato molto, e quello era un periodo della mia vita in cui il mio interesse per la psicoterapia era vivo come non mai».

Oltre alla scelta del thriller psicologico, il regista/produttore/attore ne fa un’altra abbastanza insolita ma che poi si rivelerà una scelta adeguata: l’ambientazione del film a Catania, città portuale ai piedi dell’Etna, città dallo stile Barocco, terra del sole e del mare, insomma una città difficile da immaginare come teatro di adrenalina e misteri. Ma anche in questo caso, motivando la sua scelta, Russo afferma con sicurezza: «È stata una scelta facile in realtà, né forzata, né ponderata. Credo sinceramente che Catania sia un ottimo set naturale per una moltitudine di generi cinematografici. Ed è stato molto interessante restituirne un’immagine atipica, innovativa, intrigante, grigia, cupa. Un’immagine che in molti non si aspetterebbero, ma Catania è molte cose, ed è anche questo». Chi può dargli torto.

Non si può dire che Massimiliano Russo non assomigli un po’ al dott. Stefano Belfiore (Alberto Mica), protagonista del film, psicoterapeuta di trentatré anni, accomodante e molto sicuro di sé che porta avanti la propria carriera con grande dedizione ed empatia nella sua città, proprio Catania. Massimiliano e Stefano condividono sicuramente il carattere deciso, oltre che la stessa città. Ma la caratteristica che salta più all’occhio è la molteplicità dei ruoli che Massimiliano svolge per il film e che Stefano interpreta nel film. Stefano Belfiore nella pellicola è l’analista ma è forse plausibile pensare che sia anche quel bambino adottato che segue sin da piccolo la madre da uno studio di psicoterapia all’altro, origliando dietro le porte e facendo letture impegnate per la sua tenera età. Quel bambino che nei desideri della disturbata madre deve diventare analista così poi si prenderà cura di lei.

Il titolo del film diventa essenza stessa del film. È presente nella locandina in maniera un po’ sfocata. Proviamo quindi a dare almeno una definizione precisa del termine, che ci chiarisca il contesto: “Il transfert (o traslazione) è un meccanismo mentale per il quale l’individuo tende a spostare schemi di sentimenti, emozioni e pensieri da una relazione significante passata a una persona coinvolta in una relazione interpersonale attuale. Il processo è largamente inconscio, ovvero il soggetto non comprende completamente da dove si originino tali sentimenti, emozioni e pensieri. Il transfert è fortemente connesso alle relazioni oggettuali della nostra infanzia e le ricalca.”

Contorta e di non facile interpretazione l’immagine del manifesto, almeno quanto la storia, che è narrata attraverso un altalenante passaggio tra presente e passato, tra vero e falso, deviando continuamente lo spettatore dalla strada della comprensione e dalla verità. Il viso del protagonista (Stefano) è ben visibile nel poster, l’espressione del suo volto ci dice che è come se stesse ricordando, o immaginando. O pensando a cosa ha sbagliato e quando. Se ha sbagliato come analista, come marito, o come figlio. Questi pensieri sembrano prendere forma, prendono forma i suoi ricordi, i suoi traumi.
Si intravede anche un molo, un uomo seduto su una panchina davanti al mare: anche questa immagine è altamente simbolica: l’acqua, il mare, è il simbolo dell’inconscio per eccellenza, con i contenuti rappresentati da tutti gli esseri che vivono nelle sue profondità. Noi tutti abbiamo navigato nel mare uterino delle nostre madri e l’acqua ci ricollega a uno stato in cui non ci sentivamo ancora separati dal grande universo. Il mare anche se indomabile e in tempesta è fatto di acqua e l’acqua è un elemento fondamentale per noi esseri umani perché rappresenta la vita. Proprio nella scena finale del film Stefano Belfiore si ritrova solo con sé stesso, a contemplare il mare in burrasca, a ripensare la sua vita. In quel luogo trova rifugio, dopo aver perso l’equilibrio. Forse solo quel luogo dona a lui un po’ di serenità, la pace interiore che lungo tutto il film non ha trovato.

Ad uno sguardo più attento dell’affiche, allontanando l’attenzione dal mare, si intravede in primo piano una strana figura, (quelle quattro ali bianche parallele e simmetriche): sembra proprio essere la prima delle famose dieci tavole del test di Rorschach, il test proiettivo ideato dallo psichiatra svizzero Hermann Rorschach. Il test in questione è un noto esperimento psicologico proiettivo utilizzato per l’indagine della personalità, composto da dieci “tavole” o figure (cinque monocromatiche, due bicolori e tre colorate) da interpretare, con l’obiettivo di indagare il funzionamento del pensiero, l’esame di realtà, il disagio affettivo e la capacità di rappresentazione corretta di sé e degli altri nelle relazioni. Le macchie furono realizzate versando dell’inchiostro in fogli di carta opportunamente piegati. L’immagine prodotta con questo sistema, per quanto casuale e priva di una forma e un significato precisi, suscita diverse reazioni nei soggetti che la guardano. Il test sfrutta il meccanismo inconscio della proiezione, in base al quale, di fronte ad un’immagine appunto ambigua e poco strutturata, il soggetto, piuttosto che osservarla in maniera oggettiva, tende a proiettare su di essa il proprio mondo interno fatto da fantasie, ricordi, e significati personali.Non ci stupisce che “Transfert” abbia una locandina che mostra uno strumento del mestiere, ma la domanda che potremmo porci è il perché della scelta di quella tavola su dieci possibili. La tavola n.1 del test su citato è indicata in ambito clinico come l’immagine che il soggetto ha di se stesso. È la prima tavola, il primo contatto con il test di personalità. È una macchia in cui compare il bianco all’interno del nero, per stemperare un po’ l’angoscia dell’avvio al test. È proprio concentrando lo sguardo su quei dettagli in bianco che, normalmente, si percepisce una maschera. Possiamo ipotizzare che la tavola non sia scelta a caso per la locandina, perché è del tutto coerente con la sinossi del film. La maschera è ciò che ogni paziente prova a dismettere di fronte al suo analista, alla ricerca della verità. E la particolarità del film sta nel paradosso che sia proprio l’analista, per tutto il tempo del suo lavoro, ad indossarla.

Apriamo una breve parentesi sul rapporto cinema e psicanalisi citando ad esempio i due thriller a sfondo psicanalitico protagonisti degli anni ’90: “Analisi Finale” del 1992 diretto da Phil Joanou con Richard Gere, Kim Basinger,Uma Thurman e il film francese del 1996 “Transfert Pericoloso” (titolo originale “Passage à l’Act”), di Francis Girod alla cui sceneggiatura tra l’altro, ha contribuito un vero psicanalista, Gerard Miller, anche se il film è tratto da un romanzo di Jean-Pierre Gattegno.
Se Hitchcock cercava nella psicanalisi le motivazioni del crimine, un suo ammiratore, proprio il regista Girod, ha messo in scena la situazione rovesciata: il delitto che si serve della psicanalisi. Non è lo psicoanalista a influenzare e condizionare il paziente, ma è il paziente a ossessionare lo psicoanalista sino a fargli perdere il controllo e a renderlo assassino. Ho citato questi due esempi di film perché entrambi mettono in scena le criticità dei pazienti, le loro storie, le loro caratteristiche: psicosi plateali, mitomanie, violenza, ebbrezza patologica, uxoricidio.

Il film “Transfert” si concentra piuttosto sull’approccio di Stefano Belfiore, nei confronti di coloro che varcano la porta del suo studio. Il film indaga più che altro le reazioni di Stefano di fronte ai loro input e, in un gioco di specchi, gioca col punto di vista, aderendo prima al suo sguardo per poi distaccarsene, rimescolando le carte in tavola e complicando sempre più la risoluzione del puzzle.

In “Analisi Finale”, Isaac Barr (Richard Gere), psichiatra molto attraente, durante il trattamento analitico della sua giovane paziente Diana Baylor (Uma Thurman), per conoscere alcuni episodi del passato della donna, accetta di incontrarsi nel proprio studio con la sorella di costei, Heather Evans (Kim Basinger) una donna molto avvenente che finisce per sedurlo.

Parallelamente, in “Transfert”, il giovane terapeuta Stefano, è così certo delle proprie capacità, da forzare le regole deontologiche, accettando come pazienti due sorelle, nonostante gli avvertimenti del suo supervisore. Ma il suo comportamento sicuro nasconde delle crepe e le stesse che emergeranno solo nella parte conclusiva del film quando Stefano accetta un nuovo paziente che emblematicamente si chiama proprio come lui, Stefano (lo stesso Massimiliano Russo).

Da quel momento tutto sembra cambiare. Il terapeuta si accartoccia, si incrina, crolla, o meglio tutto intorno a lui crolla. Anche le certezze dello spettatore cominciano a vacillare perché “Transfert” è un continuo e infinito confronto/scontro tra realtà e illusione, tra ciò che appare e ciò che è veramente. Affascinante proprio per questo.
Sara Riccio