Anno d’uscita: 2019
Sito web: https://www.furorgallico.it/
Però Giulio Cesare, come reporter, una piccola pecca, ce l’ha… Quando stese i “Commentarii” (oggi diremmo “resoconti”) della sua campagna militare nell’odierna Francia, il condottiero romano annotò numerose notizie e curiosità riguardo le tribù gallo-celtiche con cui entrò in contatto, ma registrò in modo perlomeno sommario le informazioni riguardo la loro religione.

Leggiamo infatti (“Commentarii” 6.17.1): “La divinità da loro più venerata è Mercurio… Dopo di lui venerano ApolloMarteGiove Minerva. Su di questi dei la loro opinione non è molto diversa da quella degli altri popoli: Apollo è il guaritore, Minerva l’iniziatrice delle arti e dei mestieri, Giove il reggitore dei cieli, Marte signore delle guerre.”.

Si tratta evidentemente di un’analisi schematica e intesa a far corrispondere quanto più possibile le divinità gallo-celtiche (neppure nominate esplicitamente) con quelle romane. Non dimentichiamo infatti che i “Commentarii” erano indirizzati al solo pubblico di lingua e cultura latina, perciò l’accuratezza di dettagli esotici, veritieri ma in gran parte incomprensibili, avrebbe comunque ottenuto poco apprezzamento da parte dei lettori.
La lacuna è dunque giustificabile, ma ci lascia un problema irrisolto: “Chi è la figura a cavallo con le corna di cervo ritratta al centro dell’immagine in apertura?”… Giulio Cesare avrebbe infatti potuto rispondere con le sue osservazioni “sul campo”. Vediamo perché …

L’immagine costituisce la copertina dell’album “Dusk of the Ages” pubblicato poche settimane fa dalla band folk-metal italiana Furor Gallico. Il nome della formazione offre già un indizio di quale sia l’ambito delle liriche e delle atmosfere trattate, nonché ovviamente dell’illustrazione: il retaggio storico e spirituale delle popolazioni celtiche che popolarono vaste regioni europee nell’antichità. In particolare, l’area settentrionale della moderna Lombardia che corrispondeva al territorio della tribù degli Insubri è stata fonte d’ispirazione costante per la band fin dall’album di esordio “390 b.C. – The Glorious Dawn”, pubblicato nel 2008. Si può citare ad esempio la quarta composizione del disco, intitolata “Medhelan”, incentrata sulla fondazione del centro abitato corrispondente all’odierna Milano da parte del condottiero celta Belloveso.
Il testo della canzone segue infatti fedelmente la narrazione svolta dallo storico latino Tito Livio (“Ab Urbe Condita Libri” V) riguardo la migrazione attraverso la catena alpina di fanterie e cavallerie appartenenti a numerose tribù (Biturigi, Arverni, Sènoni, Edui, etc.) sotto il comando di Belloveso. Lo storico evidenzia l’episodio del passaggio delle Alpi riportando che “nessuno le aveva ancora valicate”, e  sottolinea inoltre il senso di “investitura divina” che l’impresa aveva assunto fin dal principio (“nelle terre che gli dei avessero in qualche modo indicato…”). Dopo uno scontro militare decisivo con gli Etruschi nelle vicinanze del fiume Ticino, i Celti di Belloveso fondarono appunto il primo nucleo dell’odierna Milano “accogliendo l’augurio del luogo”, cioè su ispirazione di quelli che parvero loro prodigi divini, come riportato ancora da Tito Livio.

Nell’illustrazione di copertina di “Dusk of the Ages” non troviamo riferimenti all’impresa di Belloveso, tuttavia i temi epici e religiosi sono ancora saldamente presenti. L’immagine (opera dell’artista Kris Verwimp, nome noto agli appassionati di copertine heavy-metal) ritrae infatti una schiera di cavalieri soprannaturali impegnati in una caccia senza tempo condotta dalla figura ornata di corna di cervo. In piedi sulla sinistra, invece, un bardo è ritratto con il connotato “tradizionale” dell’arpa, che rimanda al bardo per eccellenza della tradizione celtica: Ossian (per ulteriori dettagli su questa figura potete seguire questo link ad un precedente articolo: https://www.artovercovers.com/2018/01/05/stronghold-summoning/). Sulla destra, parzialmente nascosto dalla vegetazione, un masso riporta incisioni curvilinee comuni alle decorazioni celtiche anche in aree insulari, come conferma lo Specchio di Desborough.
Lo spazio centrale privo di vegetazione in cui la schiera irrompe potrebbe corrispondere ad un “nemeton”, cioè ad una radura appartata in una foresta dedicata al culto dalle tribù celtiche, così come descritta dallo storico e geografo greco Strabone (“un boschetto sacro di querce” Geografia XII 5,1), e con accenti più sinistri dal poeta latino Lucano (“… un bosco sacro, in cui nessuno aveva messo piede da lunghissimo tempo, e che cingeva con i suoi rami intrecciati l’aria oscura ed ombre gelide profondamente remote dal sole…” Pharsalia III, 399-428).

La descrizione di Lucano in particolare trova riscontro nell’illustrazione per i toni crepuscolari di quest’ultima, che ovviamente rimandano metaforicamente al titolo dell’album. Inoltre, proprio la scelta di ambientare l’azione all’imbrunire e il tema della caccia ultraterrena richiamano una canzone (“La Caccia Morta”) pubblicata dalla band nel già citato album “390 b.C. – The Glorious Dawn”. E ancora, questi elementi potrebbero costituire anche un omaggio ad una band svedese tra i “capostipiti” del genere heavy-metal incentrato su tematiche epiche e folk: i Bathory dello scomparso Quorthon. Osservate a questo proposito la copertina del disco “Blood, Fire, Death” (di cui potete trovare a questo link una descrizione: https://www.artovercovers.com/2014/11/20/blood-fire-death-bathory/).

Resta ora l’ultima domanda riguardo l’illustrazione, che è quella da cui siamo partiti: “Chi è il capo-caccia che guida la schiera?”. Come abbiamo visto, Giulio Cesare non lo cita; e stranamente, nonostante il suo aspetto così particolare, non ne troviamo traccia nei testi di altri autori latini o greci che ci sono pervenuti.

C’è però un indizio “senza parole” che forse ci può dare la risposta risolutiva: il Calderone di Gundestrup. Si tratta di un reperto archeologico ritrovato in Danimarca, databile secondo alcune tesi alla fine del II secolo a.C., e costituito da tredici placche d’argento decorato a sbalzo. L’oggetto, con un diametro di 69 cm e un peso di circa 9 Kg, doveva avere certamente uno scopo rituale, considerando le figure divine che vi sono ritratte. Tra queste, una probabile rappresentazione del dio celtico Taranis, e una figura umana con corna di cervo  del tutto simile al cavaliere ritratto sulla copertina di “Dusk of the Ages”.La figura, seduta, stringe in una mano un torquis (un girocollo solitamente di metallo prezioso, con valore ornamentale e religioso presso le tribù celtiche) e nell’altra un serpente. Attorno all’uomo-cervo sembrano radunarsi vari animali selvatici, come se si trattasse di una sorta di signore della natura, di spirito dei boschi; e questa caratteristica lo avvicina ulteriormente all’immagine di cacciatore che abbiamo trovato nella copertina di “Dusk of the Ages”.

Rimane l’ultimo tassello: il nome della figura rappresentata. E per attribuirlo dobbiamo ricorrere ancora ad un reperto archeologico: il “Pilastro dei Nauti” di Parigi. Su questo monumento troviamo di nuovo la sagoma dell’uomo-cervo, ma con aggiunta l’iscrizione del suo nome: Cernunnos.

Perciò concludiamo che è proprio Cernunnos a guidare la cavalcata sulla copertina di “Dusk of the Ages”. Questo spirito così inconfondibile e allo stesso tempo sfuggente: fruscio tra i fruscii in boscaglie distanti. Una “sensazione”, piuttosto che una forma o un suono…

Giulio Cesare decise di non parlarne, o non udì mai neppure il suo nome?

Paolo Crugnola