“Thunderbolt” – Saxon
Sito web: http://www.saxon747.com/
Va bene, va bene: dopo quarant’anni c’è ancora l’aquila sulle copertine dei Saxon. Ma se lo merita: anche solo per la costanza. Ricordate infatti la copertina di “Wheels of Steel” del 1980? Oppure l’immagine di presentazione scelta per l’album Rock the Nations pubblicato nel 1986? E avanti fino agli anni 2000 con la serie di live-album intitolati “The Eagle has Landed”… Il rapace ha decisamente nidificato in pianta stabile sulle cover della band dello Yorkshire, diventando un’icona dell’immaginario heavy-metal forse appena meno “immediata” dello zombie Eddie per gli altrettanto britannici Iron Maiden, o delle zucche animate per gli amburghesi Helloween. Naturalmente il profilo maestoso dell’aquila non è stato adottato solo dai Saxon per esprimere concetti legati al trionfo e alla regalità: un esempio di ciò è la figura di Zeus, signore degli dei nella mitologia greca, di cui l’uccello rapace fu simbolo. A questo proposito, proprio alla corte degli dei presieduta da Zeus sulla cima del monte Olimpo sono dedicate le prime due composizioni dell’album “Thunderbolt”; e questa dedica ci permette di azzardare che l’intento alla sua base sia stato una sorta di ringraziamento da parte dei Saxon verso la regina degli uccelli per antonomasia. Un omaggio più che meritato, come anticipato poco sopra, per i quattro decenni di saldo legame tra l’aquila e la band. E poi, diciamolo: con tutti quei fulmini che imperversano da anni nei titoli e nelle copertine dei Saxon rendendone rischiosissimi i cieli, un ringraziamento, il povero rapace se lo meritava davvero.

“With Doom We Come” – Summoning
Sito web: https://it.wikipedia.org/wiki/Summoning
Vediamo… manca solo l’anello del potere, e poi possiamo lasciarci accompagnare dai “Summoning” in questo nuovo viaggio nella Terra di Mezzo sulle note dell’album “With Doom We Come”. Se volete conoscere più nel dettaglio il percorso musicale e iconografico del duo austriaco, potete trovare in questo articolo https://www.artovercovers.com/2018/01/05/stronghold-summoning/ qualche ragguaglio utile. Intanto, però, possiamo anticipare che la band, a livello di tematiche, si concentra da più di due decenni principalmente nella trasposizione in musica della narrativa di J. R.R. Tolkien. I conoscitori dello scrittore e filologo inglese si staranno quindi già chiedendo se il drago ritratto sulla copertina del disco “With Doom We Come” sia il mellifluo Smaug, guardiano della Montagna Solitaria come narrato nel romanzo “Lo Hobbit”, oppure il bellicoso Glaurung che infuria in tante pagine de “Il Silmarillion”. Nelle note conclusive che accompagnano il libretto dell’album non troviamo una risposta… perciò siamo liberi di aggiungere altre ipotesi. E se si trattasse “dell’antico flagello dell’alba”, come è nominato nel poema anglosassone altomedievale “Beowulf” un drago devastatore destinato a scontrarsi con il guerriero cui è intitolato il poema? Oppure, se si trattasse dell’avido Fáfnir che maledirà la sorte dell’eroe Sigurðr nella scandinava “Saga dei Völsungar”? Le due supposizioni sono ugualmente valide, tanto più considerando che entrambi gli scritti costituirono un’ispirazione per i racconti di Tolkien.  Allora è forse meglio lasciare il dubbio intatto: dopotutto, non è il mistero la caratteristica principale che genera il fascino delle leggende? E quella del drago impegnato da tempo immemorabile nel compito di custode di un tesoro sotterraneo (“hord-weard” nel poema “Beowulf”) è tra le più antiche. Se ne trovano infatti tracce già nel I secolo dopo Cristo nel quarto libro delle “Fabulae” di Fedro, in cui il drago, “qui custodiebat thesauros abditos”, anticipa di almeno seicento anni tutte le caratteristiche del suo “collega” anglosassone, compreso il mistero sulle sue origini, sulla sua natura, sulla sua volontà. Qual è quindi il vero tesoro celato dalla figura leggendaria del drago? L’oro su cui è posata, o i barbagli di luce e ombre, le domande irrisolte di cui è circondata, e che, come tutte le domande irrisolte, sono destinate a ritornare?


“From Dust to Gold” – Bullet
Sito web: http://www.bulletrock.com/
Eh, lo so che bisognerebbe essere sempre oggettivi e distaccati, ma questa volta lasciatemi fare un’eccezione, perché qui entra in gioco la simpatia personale per quelle sagome in cuoio e borchie che rispondono al nome di Bullet. Si tratta di una band svedese attiva da oltre quindici anni nel panorama hard-rock/heavy-metal, le cui influenze sono sì radicate nella scena originaria degli anni’80, ma sono anche attualizzate da una carica personale ed autoironica che dona freschezza alla proposta e separa nettamente l’omaggio dal cliché. E ad aggiungere “colore”, ci pensa anche lui: di fatto il sesto membro della formazione (quello con le ruote). Lo vedete fotografato sulla copertina dell’album più recente pubblicato dai Bullet: “From Dust to Gold”. È un autobus di marca Volvo degli anni’60, adattato alle esigenze della band per i propri tour, nonché presenza frequente nei videoclip della stessa (in quello della canzone “Stay Wild” tratta dal disco “Highway Pirates” vediamo anche un porcello tra i passeggeri). Con l’aria di baldoria che tira in casa Bullet, c’è da scommettere che l’automezzo sia diventato negli anni un’autentica enciclopedia viaggiante della goliardia, e che si meriti senz’altro un posto d’onore tra i veicoli simbolo del rock’roll. Intanto, nell’attesa di vederlo un giorno parcheggiato nel cortile del Valhalla, godiamocelo mentre sfreccia sull’autostrada con il suo equipaggio di pirati dell’heavy-metal.
Paolo Crugnola