Anno di uscita: 2001
Regia: Takashi Miike

«Ognuno di noi ha una parte sadica e una masochista, ma questo… Questo Ichi sembra completamente sadico. Quanto mi piacerebbe incontrarlo.»

Questa pellicola tratta da un Manga è ancora una volta un capolavoro diretto dal grande regista Takashi Miike: “Ichi The Killer” è un’opera iper violenta, crudele, ma anche notevolmente profonda che riesce a scavare nelle ferite dell’anima dei personaggi. Nella locandina il tutto è rappresentato dalle ferite più profonde del protagonista Kakihara, su uno sfondo nero ci parla dell’oscurità presente in quel mondo, mentre il colore rosso che tinge il protagonista rappresenta il sangue, quello versato e da versare ancora.

Il suo aspetto spavaldo, dato dallo sguardo fisso che sembra guardare in basso in silenzio, ha le cicatrici localizzate in punti nevralgici, e creano una forma rettangolare incompleta. La figura del quadrilatero richiama un atteggiamento chiuso e spigoloso, che collega ad una certa ispidità naturale come atto di difesa dall’esterno.

Tre linee intrecciate rappresentano l’annichilimento della parte emotiva di Kakihara, a favore del suo renderlo uno come tutti uno Yakuza della storia, ma solo in apparenza. Infatti il lobo destro è quello dell’intuizione, della creatività ed è quello femminile, inteso come luogo dove si trova e vive la sensibilità, da notare come nella fronte la prima linea del segno va da sinistra verso destra e si intreccia all’altezza del naso, passando simbolicamente per l’occhio; questa significa una metafora dell’impossibilità di vedere oltre le cose, come se avesse un paraocchi virtuale, incrociandosi con la ferita nasale, o anche l’impossibilità di sentire gli odori del mondo circostante.

In più, le ferite sulle guance formano un sorriso drammatico e muto ornato da due piccoli piercing, che se tolti gli fanno avere una bocca mostruosamente aperta, capace di staccare anche gli arti. Le ferite sono il simbolo del suo passato, del suo dolore interno, delle violenze che ha subito dalla sua boss, della quale alla fine si innamora, come sotto effetto della sindrome di Stoccolma, in cui la vittima comincia ad affezionarsi al suo sequestratore, in questo film Kakihara si trasforma nel mostro che è diventato.
La scritta “Ichi” in bianco è il nome dell’assassino, richiama l’anima candida, violentata nel tempo da lavaggi del cervello e bugie per minare la propria sensibilità e per farlo diventare il “Killer”, scritto in rosso. Questa parola rappresenta la brutalità delle gesta che compie, ma anche la passione e la fragile forza che ha per provare a ribellarsi al presente tra grida e lacrime, sempre cedendo però agli ordini impartiti.
La storia narrata dal buon geniale Takashi Miike, narra il dolore e come lo si vive in maniera passiva e\o attiva, con la massima esacerbazione nell’estremo della violenza che passa da torture immani, sacrifici che spaventano dei mafiosi come Kakihara che si taglia la punta della lingua, donando la parte amputata; passando per la violenza psicologica della quale Ichi è vittima, trasformandolo in un mostro del combattimento che non distingue però in buoni o cattivi, obbedendo solo agli ordini.

In pratica la pellicola descrive la violenza mostrata gratuitamente apposta come metafora della società che abusa delle persone creando mostri, sfruttando ogni debolezza di chi passa sotto le sue mani. Al contempo, fa evincere la riscoperta dello spirito umile che lotta per un bene tanto più intimo, ma anche sociale che si discerne da tutto il male che lo circonda, tornando allo spirito originale della Yakuza: un gruppo unito che si oppone al potere che opprime.
Mirco “Nemo” Quartieri