-Introduzione e domande a cura di Antonella “Aeglos” Astori-
Gianluca Firmo nasce a Brescia il 1 agosto 1973 ed è un cantautore, tastierista e cantante italiano. Impara prestissimo a suonare il pianoforte, infatti fin da piccolino mostra parecchio interesse per questo strumento musicale, ma nel corso degli anni sceglie di concentrarsi sempre di più sul songwriting. Mentre muove i suoi primi passi nella musica, lavora con alcuni musicisti di talento presenti nella sua zona per poter così finalmente dar vita alle sue canzoni scritte. Nel 2013 incontra Davide Barbieri e Pierpaolo Monti e decide di dar vita ad un progetto melodico rock. Il progetto in questione prende il nome di “Room Experience“, album basato proprio sulle sue canzoni. Nell’album vi è la partecipazione del cantante David Readman (Pink Cream 69 , Voodoo Circle) e di molti altri artisti ospiti della scena europea hard rock AOR / Melodic.  Nel 2015 è chiamato dai produttori Pierpaolo Monti e Davide Barbieri a far parte del progetto IFOR; insieme ad alcuni dei nomi più importanti del rock italiano e della scena AOR. “Rehab” è il primo album solista del cantautore rock bresciano e sarà in uscita il 19 Ottobre 2018!

Ciao Gianluca, grazie per aver accettato di essere intervistato da Art Over Covers. Iniziamo col chiederti di presentarti! Sappiamo che hai già esordito con il cd Room Experience nel 2015. Parlaci un po’ di questo tuo progetto!
Di me è presto detto: ho 45 anni, sono di Brescia, ascoltatore di musica a 360 gradi (ma amante soprattutto del rock del periodo 86-92) e sono leone ascendente leone…il resto è tutto una conseguenza. Room Experience, invece, è un disco di rock melodico, con sfumature che vanno dall’hard rock al pop rock, passando per l’AOR. È composto di canzoni che ho scritto negli anni e che erano rimaste nel classico cassetto, ad uso esclusivo mio e dei miei amici, fino a quando non ho incontrato Davide Barbieri e Pierpaolo Monti. Con loro è maturata l’idea di produrre il disco coinvolgendo alcuni grandi ospiti, in primis il grande David Readman alla voce. Poco più di un anno di lavori serrati e finalmente il disco ha visto la luce a maggio del 2015 grazie a Melodic Rock Records, l’etichetta di Andrew McNeice: con grande soddisfazione di tutti noi coinvolti, ma anche ottimi riscontri da chi ha avuto modo di ascoltarlo.

Per quanto riguarda l’artwork, realizzata da Antonella “Aeglos” Astori, cosa puoi dirci? Avevi in mente qualcosa di particolare o hai lasciato fare alla grafica?
(Recensione copertina: https://www.artovercovers.com/2015/05/22/room-experience-room-experience/)

Beh…per prima cosa posso dire che a me piace molto, sia per la realizzazione, sia per la scelta dei colori, vivaci ma non eccessivi. La copertina, volenti o nolenti, è il primissimo impatto che si ha con un disco quindi abbiamo scelto un messaggio semplice e diretto. La chiave e le porte che si aprono sono decisamente un richiamo al nome del progetto, ma anche un invito: aprite le porte ed entrate nella “stanza” per scoprire cosa nasconde. Ci sono due fogli che volano fuori dalla porta appena socchiusa (uno spartito e un testo) a dare un indizio di cosa si troverà, ma il resto è avvolto da luci e fumo, come a dire: “se vuoi davvero scoprire cosa c’è qui dentro, devi per forza entrare…non ti basta stare sulla soglia!” L’orologio, invece, serve a rafforzare l’idea che entrando nella stanza, anche la dimensione temporale cambierà: un balzo indietro nel tempo fino alla seconda metà degli anni ottanta, il periodo che a me è musicalmente più caro. L’idea di fondo è assolutamente di Antonella, alla quale di certo non manca la fantasia artistica. Poi l’abbiamo resa molto più personale, inserendo via via dettagli e discutendo insieme dell’opportunità o meno di certe modifiche. Antonella è sempre molto disponibile a provare a realizzare le idee che vengono in corso d’opera ed il bello del confronto è che unendo le idee, l’artwork diventa davvero molto profondo e personale. Io, personalmente, ho realizzato solo il moniker e il logo, perchè mi ero fissato con l’idea di un ambigramma.Nell’artwork ci sono dei simboli intorno al cerchio. Sappiamo da fonti attendibili che li hai volutamente inserire. Che cosa significano? Stessa cosa vale per le due porte; che significati hanno?
Ha! Essendo il mio primo disco volevo che tutte le persone che per me sono più importanti ne facessero parte, in qualche modo. Così ho chiesto ad Antonella di inserire i loro nomi nella copertina. Ma per mantenere l’aura di mistero che la copertina suggerisce, tutti i nomi sono stati scritti in elfico. La storia delle porte, invece, è completamente diversa. Le lettere elfiche sui due battenti, prese singolarmente non significano nulla, ma quando la porta si chiude formano una parola e diventano un piccolo tributo alla mia città, di cui sono un innamorato. A Brescia, quando qualcosa è degno del superlativo assoluto, viene accompagnato dal termine dialettale “fess” (con la e stretta): bello fess, significa bellissimo. Ecco: sulle porte, in elfico, sta scritto “fess”: poi una volta entrati nella stanza, sarete voi a decidere se è “bello fess” o “brutto fess”. L’importante è non restare indifferenti.

Rappresentando nell’artwork una chiave potrebbe risultare forse banale, ma la storia, la cultura ed il passato ci rivelano decisamente il contrario. Qual è dunque il significato che tu personalmente dai ad una chiave?
Guarda che io ho una mente molto maliziosa: vale qualsiasi risposta o siamo in fascia protetta? Eh eh… Parlando seriamente, direi che la chiave è ciò che ti consente di attraversare un passaggio, in senso letterale, ma anche metaforico… Non serve a nulla trovarsi di fronte ad una ricchissima cantina di vini prelibati, se non hai la chiave per entrarci, così come non serve a nulla parlare con le persone se non avete la chiave per capirvi reciprocamente. E poi dai….da musicista vuoi che non dia importanza alle chiavi? (di volino, di basso, subbasso e chi più ne ha più ne metta…). Senza sarebbe un vero caos. Ma la vera chicca è che io suono la tastiera: in inglese keyboards è spesso abbreviato in Keys, che si può anche tradurre con “chiavi”….. Direi che di significati da dare alle chiavi ne ho fin troppi…

Il 19 Ottobre 2018 uscirà il tuo nuovo album “Rehab”, questa volta però ti ascolteremo in chiave solista. Cosa ci puoi dire a riguardo?
Che sono molto contento, perchè è un altro piccolo sogno che ho potuto realizzare e di nuovo grazie all’uscita di Room Experience e alle relazioni che ho potuto stringere dopo l’uscita di quel disco. Però è un disco molto diverso da Room: è sempre melodic rock, ma affrontato da una prospettiva completamente diversa. Volevo un sound che andasse un po’ in controtendenza, non perchè avessi la necessità di sentirmi diverso a tutti i costi, ma perchè volevo un disco molto personale, anche considerato che alla voce ci sono io. Nella maggior parte delle produzioni odierne, la dinamica e la ricchezza degli arrangiamenti (o nel mio caso sovrabbondanza, se vuoi) vengono più o meno sacrificate con la compressione, in nome di un suono più potente e di volumi più alti. Io semplicemente non volevo fare un disco che facesse esplodere gli altoparlanti degli stereo, ma un disco che suonasse caldo, con un suono ampio, con arrangiamenti pieni di dettagli da poter scoprire anche dopo numerosi ascolti e che potesse servire sia a rilassarsi con i pezzi lenti che a divertirsi cantando quelli più veloci. Magari un obiettivo troppo ambizioso, ma personalmente sono molto contento del risultato e lo considero la base da cui partire anche per i futuri miglioramenti. Tra l’altro ho avuto occasione di collaborare con musicisti bravissimi: Nicola Iazzi (che recentemente ha suonato con gli Hardline), Daniele Valseriati (dei Tragodia) e Mattia Tedesco che può vantare collaborazioni importantissime (tra gli altri Vasco Rossi) e naturalmente uno dei miei partners musicali (o dovrei dire vittime?) preferite: Davide Dave Rox Barbieri.
La copertina, sempre curata da Antonella “Aeglos” Astori, rappresenta questa volta un bambino in chiave Western. Come mai questa scelta?
Diciamo che io ho un debole per l’immaginario legato al Far West, pur senza amare i film western. Mi piace il senso di libertà da sempre associato alla figura del Cowboy e mi piace il contesto “americano”.
Nel disco c’è un pezzo chiamato “Cowboys Once, Cowboys Forever”: non è rappresentativo dello stile del disco in sè, come in realtà non lo è nessuno degli altri pezzi del disco, ma sono legato a quella canzone e a quel testo, in cui credo molto. Quindi dovendo scegliere un’ambientazione per la copertina, questa mi è piaciuta molto. Abbiamo ragionato un po’ su come integrare il tema western con il titolo del disco, che è “Rehab” e che invece suggerirebbe altre ambientazioni. Sono molto contento del risultato: ne è venuta una copertina allo stesso tempo ironica ed evocativa.

La copertina è chiaramente in seppia, scelta giustificata dal fatto che il tema scelto è proprio il Far West. Ma la tua idea iniziale era già quella di eliminare il colore? Qual è la giusta importanza, secondo te, nell’usare i colori giusti per una copertina musicale?
Trovo che la tonalità seppia sia estremamente affascinante in generale, perchè dona alle immagini un tocco retrò. Però non siamo partiti con l’idea di eliminare il colore a priori. È stata una scelta fatta in corso d’opera, quando ci siamo resi conto che aiutava a rendere meglio l’atmosfera.
Detto questo, quando sì è deciso di fare una copertina con questa ambientazione, ho subito pensato alla cover di “Heartbreak Station” dei Cinderella, che è una delle mie cover preferite di sempre, quindi sono stato più che felice quando ho capito che una palette di colori simile poteva migliorare la copertina di “Rehab”. La scelta dei colori e delle sfumature giusti è importante sempre, non solo per le copertine: un’immagine comunica più di mille parole, ma i colori sbagliati nel contesto sbagliato rischiano di rendere grottesca un’immagine bellissima. E se è vero che i gusti sono sempre personali, è anche vero che i colori hanno caratteristiche comunicative ben definite: nessuno mai si vestirebbe di giallo ad un funerale, no?
C’è un bimbo sdraiato e tre foto su carta ingiallita di altri bambini. Chi sono?
Sono i miei nipotini, che da buon zio schiavista ho arruolato per una sessione di foto da usare per la copertina. In realtà volevamo fare un tentativo per capire se fosse fattibile: i bambini piccoli sono imprevedibili e non ero certo che avremmo avuto del buon materiale fotografico su cui lavorare. Invece con mia grande sorpresa sono uscite delle foto clamorose, al punto che è stato difficile quale scegliere da usare come base per l’artwork. Poi, in una scena western che si rispetti, i manifesti da ricercato non mancano mai e allora, visto che il personaggio principale era un bambino, abbiamo inserito i manifesti di “terribili ricercati” adeguati all’età.

Un artwork dev’essere d’impatto e coinvolgente. Ma quando ti capita di dover comperare un cd di cui non conosci assolutamente nulla, preferisci basarti su una copertina con un soggetto serio e magari classico o una cosa spiritosa e al di fuori dal normale?
Premesso che al giorno d’oggi è difficile non conoscere assolutamente nulla di un album, grazie a tutti i servizi di streaming e gli store digitali, resta il fatto che la copertina è parte integrante del “prodotto”, quindi deve essere d’impatto: come ho detto, è il primo “contatto” che, volenti o nolenti, si ha con un disco e una bella copertina può invogliare all’ascolto anche solo per scoprire che musica si nasconde dietro ad una certa immagine. Poi il valore artistico della musica è ben distinto dal valore artistico della copertina: ci sono album splendidi con copertine orribili, e album orribili con copertine splendide. Detto questo, per me non fa differenza che il soggetto sia serio, classico, spiritoso o fuori dal normale, purchè colpisca in qualche modo la mia immaginazione. E poi non è detto che le cose debbano necessariamente essere slegate: gli Iron Maiden, che sono da sempre alfieri dell’heavy metal, hanno fatto delle copertine un marchio di fabbrica, tanto da trasformare Eddie in un’icona. Le loro copertine hanno soggetti seri, ma colorati in modo molto vivace, con tanti elementi di grande ironia o, a volte, demenzialità: chi non si ricorda la scritta “Indiana Jones Was Here” sulla copertina di Powerslave? Ecco: io personalmente adoro chicche come questa, adoro l’umorismo e non credo che l’umorismo sminuisca il valore di nulla. Semmai non sopporto chi si prende troppo sul serio.
A proposito: un paio di chicche di questo tipo ci sono anche nella copertina di Rehab: trovatele!
Ti è quindi mai capitato di acquistare un disco solo per l’immagine della cover? Se sì quale?
Sto per sentirmi molto vecchio, dando questa risposta, ma… ai nostri tempi, capitava spesso di non conoscere veramente nulla di un disco, se non attraverso le recensioni lette in qualche magazine. Quindi era normale entrare in un negozio di dischi e scegliere un disco anche a caso, solo per la copertina. A parte gli Iron, tra i dischi che ho acquistato solo per la copertina, c’è anche “Mane Attraction” dei White Lion, che all’epoca non conoscevo ancora. Eppure è una copertina oggettivamente brutta: chissà cosa mi era passato per la testa o davanti agli occhi….
Dacci ancora qualche chicca! Altri progetti su cui stai lavorando? Ci sarà un seguito di Room Experience?
Certo che ci sarà un seguito di Room Experience, il disco è in dirittura d’arrivo e potete aspettarvi un annuncio moooooolto a breve. Per il resto, io continuo a scrivere canzoni e all’orizzonte ci sono almeno due future uscite che mi vedono coinvolto con ruoli diversi. Però è prematuro parlarne ora….

Il tuo colore preferito è perché?
Giallo, senza il minimo dubbio. Tanto che io vorrei creare una linea di abbigliamento hard rock in giallo. Ma mi hanno detto che non sarebbe una buona idea… Dico sempre che è il mio preferito perchè è un colore solare e che mette allegria, ma negli anni mi hanno suggerito motivazioni inconsce che magari sono vere. Ad esempio Giallo e Gianlu (senza l’accento) sono assonanti… Il Leone, che è il mio segno zodiacale, è giallo (più o meno, dai)….giallo è il colore del pericolo…
Non so cosa di questo sia vero, ma sono tutte motivazioni che mi piacciono.

Quali sono secondo te le copertine migliori finora disegnate di altri artisti?
Se parliamo solo di disegni, posso scegliere a mani basse nel metal, in cui gli artisti si sono sbizzarriti a creare opere fantastiche. Su tutte, a costo di essere banale, dico “Somewhere in time” degli Iron Maiden, per quella ricchezza di particolari e autocitazioni che a me piacciono tanto. Se invece parliamo di artwork in generale, includo la copertina di “Streets – A rock opera” dei Savatage, che (probabilmente per via della scelta dei colori) trovo splendidamente evocativa. Ancora, per umorismo, potrei citare una che, se non nascondesse quello splendido nonsense nel titolo, sarebbe oggettivamente brutta: “You can tune a piano, but you can Tuna Fish”, dei Reo Speedwagon: il diapason nella bocca del tonno meriterebbe un Oscar!!! Dal punto di vista della comunicazione, cito “Have a nice day” dei Bon Jovi: lo smirk è diventato virale e personalmente trovo la copertina semplice e diretta! E se parliamo di pura fotografia, due su tutte: Heartbreak Station dei Cinderella e Stranger in this town di Richie Sambora. Chiudo dicendo che le copertine mi appassionano davvero molto: mi diverto un sacco anche a scoprire “le copertine più brutte di tutti i tempi”. Ce n’è di che ridere fino a scoppiare. Un artista preferito per le copertine con cui ti piacerebbe lavorare in futuro (oltre ad Antonella ovviamente!) Antonella numero uno: sempre brava, originale, con uno stile molto personale e però disponibile a cambiare direzione in corsa, che non è una cosa da poco per un artista. Anzi…in questo caso un’artista. Tra gli altri, beh… per non smentirmi devo dire Derek Riggs, il disegnatore delle copertine degli Iron Maiden: ha veramente creato un’icona e adoro il suo stile. Tra i “nuovi” artisti che apprezzo maggiormente c’è anche Nello Dell’Omo, che ha a sua volta idee molto originali e sa come realizzarle molto bene.
I tuoi artisti preferiti o fotografi?
Non sono un grande conoscitore di fotografia, quindi posso amare una foto senza sapere da chi è stata scattata. Diciamo che nell’ambito che mi è vicino, sono un assoluto ammiratore dello stile di Alex Ruffini, che riesce a rendere poetica la normalità. Le sue foto sono sempre molto interessanti. Per quanto riguarda la pittura, invece, col tempo sono diventato un po’ insofferente verso i pittori classici (paesaggisti e ritrattisti) le cui opere si limitano a “fotografare istanti” mentre mi sono appassionato ad altri stili, come il surrealismo. Il mio pittore preferito è senz’ombra di dubbio Reneè Magritte: il suo “impero delle luci” è un quadro che mi comunica veramente tantissimo, per il messaggio che trasmette e per come è stato realizzato. E poi anche lui era uno a cui piaceva moltissimo scherzare con e attraverso la propria arte.