Anno d’uscita: 2002
Regia: Mark Romanek
Chiudete gli occhi e tornate indietro nel tempo a quando assaporavate la sensazione che si provava quando si andava a ritirare le fotografie scattate con la macchina fotografica col rullino o semplicemente con la macchinetta usa e getta. Vi ricordate l’ansia che si provava nello sperare che fossero uscite delle belle foto? Sentite ancora il rumore di quando si riavvolgeva il rullino quando finiva e i numerini che a mano a mano che scattavamo diminuivano per ricordarci quante foto avevamo ancora a disposizione? Tutte queste sensazioni vengono prese in considerazione proprio nel film “One Hour Photo”, scritto, sceneggiato e diretto da Mark Romanek, nell’anno 2002 e distribuito da 20th Century Fox.

La fotografia è merito di Jeff Cronenweth, le musiche sono state curate da Reinhold Heil e da Johnny Klimek, che insieme hanno dato vita ad una splendida colonna sonora inquietante e rarefatta. Il lungometraggio fu vincitore del premio della giuria al Festival del cinema americano di Deauville e vede come protagonista un intrigante e sempre perfetto Robin Williams che veste i panni di un insolito personaggio, ovvero Seymour “Sy” Parrish, un uomo timido e solitario che lavora in un grande magazzino nel reparto di sviluppo fotografie. (Una piccola curiosità: offrirono la parte del protagonista a Jack Nicholson, ma lui rifiutò). È talmente ossessionato dal suo lavoro e abbandonato alla sua solitudine che nella sua mente immagina di far parte della famiglia di una sua assidua cliente, Nina, che fedelmente si reca da lui ogni volta che deve sviluppare tutte le foto di famiglia. Ma questa sua fissazione lo porta persino a tappezzare un’intera parete del proprio appartamento con le foto di questa famiglia apparentemente felice.

Il manifesto ritrae in maniera molto evidente il chiodo fisso di Parrish che viene svelata progressivamente grazie ad una perfetta recitazione di Williams, in cui tutte le pulsioni represse sembrano pronte ad esplodere da un momento con l’altro ed invece si inabissano nell’animo più profondo.
In “One Hour Photo” non c’è nessun colpevole da scoprire, è già tutto scritto nel poster, eppure il film scava nel profondo dell’anima, disturba e destabilizza chi lo guarda riuscendo a turbarlo, ma nello stesso anche a coinvolgerlo. Racconta la solitudine dell’essere umano che per via di turbamenti o traumi avuti durante il processo della vita, non riesce a stabilire un contatto con il mondo esterno decidendo quindi di rinchiudersi all’interno di un suo mondo immaginario. Nell’affiche si nota l’instabilità del protagonista, ovvero un uomo provato dalle innumerevoli delusioni della vita che oscillerà da un comportamento di tipo passivo ad un atteggiamento abbastanza violento.

Il rosso la fa da padrone e aumenta ancora di più la tensione negli occhi dello spettatore, delinea al meglio la caratteristica psicologica di Parrish, prendendo anche come punto di riferimento un’immagine del film arricchita da sequenze oniriche ottimamente realizzate, come gli occhi sanguinanti. L’uomo sotto viene rappresentato di spalle, (metafora del restare a guardare il mondo in disparte) guarda le fotografie che, come vedremo nel film stesso, sono attaccate sul muro, e la sua modesta abitazione è caratterizzata da un’assenza totale di colore che la fa sembrare addirittura una stanza d’ospedale, ma in questo modo riflette in maniera intuitiva l’animo del protagonista. Nella parte superiore, invece, lo troviamo con gli occhi aperti che sta facendo una fotografia; un’altra metafora, ovvero il problema che sorge proprio nel momento in cui si cerca di capire se le immagini davanti ai nostri occhi siano false o vere.
Le foto, molto spesso, rappresentano una visione celestiale della nostra vita, sono semplicemente tante maschere che nascondono il nostro vero io. La fotografia non ha il potere di fermare la realtà, quell’attimo per sempre, ma cattura una felicità quasi impossibile. La stampa fotografica può alle volte moltiplicare la falsità dell’attimo, ci raccontano qualcosa che in realtà non esiste, una realtà che immaginiamo solo in quell’istante in cui si preme il pulsante. Tuttavia, le fotografie fanno parte comunque delle invenzioni migliori che potessero esistere; grazie a loro possiamo rivedere chi eravamo, cosa facevamo o rivedere volti di persone che non rivedremo mai più.

Nel poster i colori diventano i veri protagonisti: al colore freddo che troviamo in basso, dove ci sono le foto della famiglia, possiamo pensare ad una metafora dell’esistenza dell’uomo emarginato. Al rosso potente e sgargiante, che invece viene usato per la parte superiore, possiamo collegarci ad un’immagine allegata alla consapevolezza della follia, ma anche alla rabbia e all’ossessione. Questo studio di colori contrastanti tra loro, il freddo ed il caldo, sono stati studiati in passato da Johannes Itten, dove , nel libro “Arte del colore”, veniva proprio evidenziato un esperimento sugli essere umani.

“Eppure è stato possibile dimostrare che in due diversi laboratori, uno tinteggiato in verde-blu, l’altro è rosso-arancio, la sensibilità personale al freddo al caldo differiva di ben tre-quattro gradi. Nel locale verde-blu le persone sensibili sentivano freddo a una temperatura di 15°C, in quello rosso-arancio a 11 – 12°C. Ciò dipende dal fatto, scientificamente accertato, che il verde-blu rallenta la circolazione sanguigna, mentre il rosso-arancio l’attiva.” D’altronde l’uso del contrasto caldo-freddo nel cinema, così come nell’illustrazione, è tra i contrasti più usati per accentuare e facilitare la divisione tra primo piano e ultimo piano, tra l’immagine calma e l’immagine più impetuosa.
Un dramma psicologico che lascia sul filo della tensione.
“Le foto di famiglia ritraggono volti sorridenti, nascite, matrimoni, vacanze, feste di compleanno dei bambini.n Si scattano fotografie nei momenti felici della propria vita.  Chiunque sfogli un album fotografico ne concluderebbe che abbiamo vissuto un’esistenza felice e serena, senza tragedie. Nessuno scatta una fotografia di qualcosa che vuole dimenticare”
Seymour “Sy” Parrish “One Hour Photo” (M. Romanek, 2002)
Antonella Aeglos Astori