Anno d’uscita: 2013
Regia:
Giuseppe Tornatore
Colore nero predominante per questa locandina, un ambiente scuro e la luce filtra solo sui lineamenti del viso, quasi fossero quadri, ritratti di volti. Ritratti dei tre protagonisti principali dello splendido film di Giuseppe Tornatore. L’ambiente è scuro, quasi a descrivere fin da subito quel torbido inganno che Claire e Robert ordiscono a sfavore dell’inconsapevole Oldman.

Vediamo chi sono ad uno ad uno i personaggi rappresentati in locandina: Claire Yvettson (Sylvia Hoeks) è la giovane erede di una ricca famiglia che intende far valutare le opere e gli antichi cimeli di famiglia detenuti in una grande villa, in cui la stessa più che vivere si nasconde da quindici anni. Viene rappresentata con uno sguardo che è tutt’altro che pauroso, è freddo. E lucido. Virgil Oldman (Geoffrey Rush) è un eccentrico quanto rinomato battitore d’asta e collezionista, con il fiuto particolare per le opere rare, che viene incaricato proprio da Claire di effettuare una valutazione del patrimonio artistico contenuto nella villa.  Robert (Jim Sturgess) è un giovane e geniale artigiano col talento nel riparare qualunque tipo di marchingegno meccanico danneggiato. È rappresentato (non a caso) indaffarato a organizzare qualcosa, con lo sguardo corrugato, sembra volersi accertare che tutto vada liscio. Virgil non ha amori né amici, tranne il socio e complice Billy (Donald Sutherland), che gli è indispensabile nelle sue spericolate ricerche di capolavori trascurati e nascosti. Perché proprio Billy, l’unico amico e socio di Virgil non è presente nella locandina? È una scelta di indulgenza?

Per rispondere alla domanda sarebbe utile chiedersi il perché Billy tradisce Virgil. La spinta al solo vantaggio economico non è sufficiente. C’è di più. L’ipotesi più credibile è che Billy sia rimasto in qualche modo deluso/ferito dall’amico: Billy è convinto del proprio talento ma Virgil non ha mai riconosciuto né sostenuto le ambizioni artistiche del socio. Tale senso di frustrazione perpetrato nel tempo può aver mosso le azioni di Billy, generando in lui l’idea di doverla in qualche modo “far pagare” all’amico. Forse Billy non viene riportato in locandina nell’estremo tentativo di proteggerlo, di tenerlo comunque “fuori” dalla vicenda.  Ci deve essere del buono in una persona che più volte aveva provato a mandare un segnale a Virgil, lanciando (inconsciamente) il suo allarme: “I sentimenti umani sono come le opere, si possono simulare”. Come se volesse mettere in guardia l’amico, nonostante la sua delusione e il successivo rancore.
Dall’analisi dei volti dei personaggi in locandina emergono dei dettagli interessanti: Virgil si presenta come un uomo elegante, non c’è che dire, ma il suo sguardo rivela un’indole diffidente, se non sospettosa. E in effetti Virgil è un uomo solitario, esigente e misantropo. La sua unica emozione è nel possesso di capolavori d’arte. Una ossessione lo insegue e lo perseguita in ogni opera: la figura femminile. Virgil ha sublimato il femmineo accumulando riproduzioni pittoriche: le colleziona, lui, le donne. Letteralmente. In una stanza segreta. Affollando le pareti di relazioni mai vissute, ma solo desiderate. E sono loro (quei ritratti) le sue relazioni, il suo affetto, il suo bisogno di compagnia, tutto ciò che ha è in quella stanza segreta.
Gli abbracci non sono che vernice. E come per contrasto, quest’uomo a sessantanni vivrà la sua prima Sindrome di Stendhal non di fronte a un quadro, bensì di fronte al volto (celato) di una donna vera: Claire, la giovane Claire. “Pallida. Come un’incisione del Duhrer” la descriverà poi Virgil dopo averla vista.  Claire, che a soli ventisette anni è chiusa nel suo mondo di paure. O almeno così dichiara.

Claire comunica infatti solo attraverso una parete o al telefono, rifuggendo da ogni contatto diretto e personale. Dichiara di soffrire di una malattia (una grave forma di agorafobia) che non le permette di uscire di casa. Robert sembra un personaggio marginale, anche per il piccolo spazio che gli è stato riservato nell’immagine di locandina. Ma marginale non lo è affatto. È lui a dirigere e scandire i tempi della complicata vicenda. Forse è proprio lui il regista di tutto il raggiro. Con il pretesto della ricostruzione di un antico automa, incita Virgil ad andare nella villa a recuperarne i pezzi, dirige la curiosità di Virgil a vedere com’è fatta Claire. Fomenta l’interesse di Virgil nei confronti di Claire (un interesse progressivamente crescente), esattamente come insegue i pezzi del meccanismo che Oldman incontra in alcune stanze della villa di Claire e che si rivelano indispensabili affinché l’automa diventi completo.

La scena più epica ed emozionante del film è la scena in cui Virgil nel pieno della crisi (Claire è scomparsa) si presenta ad un’asta tutto trafelato, con i capelli sconvolti; confonde le opere fra di loro tra le risate generali e lo sguardo incredulo del socio Billy. In quella sequenza, che è insieme comica e tristemente dura, si coglie tutta la “vera” tragedia dell’amore. Di un amore scoppiato così per caso, nella clausura, nella misantropia, nella condivisione di un disagio. Un amore capace di trasformarti: da battitore d’asta professionalmente impeccabile a uomo inesperto e vulnerabile, distrutto e disorientato, ottenebrato dall’amore.

Un amore che ti rende cieco: quando il tormento di Virgil diventa carne, quando il pathos proviene da una donna reale e non più da donne immaginarie bidimensionali, quel suo occhio tanto attento a riconoscere la bellezza non riesce però a cogliere l’enorme falso che va costruendosi intorno a lui. Proprio lui. Così esperto nel mondo dell’arte a discernere fra verità e contraffazione. E invece, così impreparato di fronte all’amore. Il suo nome (Virgil ) in inglese suona quasi come “virgin”, vergine appunto.

Non c’è nessun “happy ending” per questo film, anzi, il protagonista rimane solo. Disperato perché ha capito (tardi) l’enormità del raggiro che ha subìto. E certamente il dolore maggiore non sta in quei ritratti di donna andati perduti, ma nella truffa da parte dell’unica donna che lo abbia mai non-amato ma ammaliato. Va in quel bar a Praga, quel bar che Claire gli aveva descritto come l’ultimo posto in cui era stata felice prima della “malattia”. Constata che quel bar con gli orologi esiste davvero: forse è l’unica cosa vera che Claire gli abbia mai detto. In fondo, se Claire ha raccontato anche solo una cosa vera, allora tutto il resto è stato una reale menzogna. Compreso l’amore. Lui entra, e fra lo smarrito e l’incredulo si siede, fa apparecchiare per due, perché “sta aspettando una persona”. È un’attesa impossibile ma (solo) lui lo sa.
Perché – come diceva il assistente di Virgil : “Vivere con una donna è come partecipare ad un’asta. Non sai mai se la tua è l’offerta migliore”.
Sara Riccio

Per saperne di più sul film, potete leggere la recensione completa sul sito di Silenzio In Sala con il quale collaboriamo cliccando la scheda sottostante: