Anno d’uscita: 1999
Sito web:  https://www.davidevandesfroos.com
Non so voi… ma se fossi stato al posto d’Adamo, io, la mela, non l’avrei neanche guardata. Anche perché, sarà poi stata una coincidenza, ma da allora le mele hanno spesso portato guai all’umanità, da Biancaneve a Guglielmo Tell.
Sì, lo so: non era solo per il frutto in sé. Si trattava di un simbolo, una metafora. Però era una questione di principio. E secondo la tradizione religiosa, tutti i problemi sono partiti proprio da lì: dal peccato originale rappresentato dal cogliere quel frutto. Tutto “per una poma”, come recita il titolo dell’album di Davide Van De Sfroos pubblicato nel 1999. Il cantautore lariano ha infatti interpretato in questo disco proprio l’episodio della Genesi che segnò il destino di Adamo ed Eva, accompagnandolo poi ad altre due canzoni tratte dallo stesso Libro (“Caino e Abele” e “Il Diluvio Universale”).

La narrazione dei fatti segue l’originale; ciò che spicca vivace e personale è la lingua utilizzata: il dialetto laghee parlato nell’area del Lago di Como, che colora i dialoghi e le azioni dei personaggi (angeli compresi). In questo Eden lariano troviamo infatti un Adamo pacioso, pusillanime e un po’ “matòc”, tutto contento di non doversi guadagnare da vivere facendo il “magütt”, cioè il muratore. La moglie Eva, curiosa, trafficona e convinta di sapere la classica pagina più del libro, anticipa di qualche millennio il personaggio di Agnese de “I Promessi Sposi” (che oltretutto abitava sulle stesse sponde), suggerendo piani raffazzonati e disastrosi.

E alla fine, come si sa, i due protagonisti «ne vàann del paradiis a pesciaat in del…»  lasciando l’Eden ai pacifici animali (anche se da questi ultimi probabilmente sono poi discesi quelli turbolenti che daranno tanti problemi a Noè nella terza canzone dell’album). È lecito infatti supporre che per una volta “cunìli” e “lùf” siano andati d’accordo in questo Paradiso comasco (e che non vi mancassero i missultèn: i tipici pesci che popolano le acque del Lago). Adamo ed Eva sono però privati per sempre di questa meraviglia per volontà del Signore, che ha le fattezze del personaggio ritratto sulla copertina del disco. È veramente difficile immaginare una raffigurazione più azzeccata di questa: vediamo perché…
La fronte rugosa e la barba folta, la smorfia severa sotto i baffi, l’indice puntato mentre l’altra mano stringe la mela fatale… Sì: i dati iconografici “classici” ci sono tutti. Ma anche in questo caso, è il tratto umano, “caratteristico del luogo”, che dona ulteriore vitalità all’immagine. Lo si ritrova immediatamente negli attrezzi sulla parete, tra cui spiccano in alto il “fulcén” e la rete; nella camicia sbrigativamente arrotolata sui gomiti; nella professione stessa del personaggio: Carlo Cranchi detto “Pacio”, artigiano del legno di Bellagio, come spiega una nota nel libretto del disco .

Il viso dell’uomo è posto al centro dell’immagine, permettendo così di evidenziarne l’intensità dell’espressione. Anche la scelta di utilizzare la resa fotografica in “bianco e nero” spinge automaticamente l’osservatore senza distrazioni verso gli occhi “fulminanti” di “Pacio”, che sembra sul punto di pronunciare qualche ammonimento tipo: «E stacch attènt’, che te tegni d’öcc!…».

Ma in realtà il Signore dell’Eden lariano non ne ha bisogno. Come si dice: “in certi casi basta lo sguardo”.
Paolo Crugnola