Anno d’uscita: 2018
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La dicotomia che intercorre (nella musica) tra le parti nervose – ma distese come ampi spazi – e la frenesia martellante alla Tetsuo – “The Iron Man”, claustrofobica, rende ancor più snervante il soggiornare della vista nella piazza della copertina. Snervante e piacevole come può esserlo un sogno, e proprio da un sogno nasce il progetto grafico di “Doma”. Piacevole è l’idea di casa, anzi, “a casa” o doma, come dicono i russi.

Snervante e disturbante può essere l’idea del mondo esterno che può intaccare l’armonia casalinga, entrare in essa. I [‘selvə] scelgono la luce, fuori dalla casa, dalle finestre: così suggerisce quel sogno fatto dal chitarrista e cantante Alessandro Andriolo. La luce non è un’espediente trascurato invero nell’arte visiva dei dischi, dischi che mettono le finestre come focus visivo. C’è chi lascia stazionare la Luna, come nel caso dei Fish On Friday su “Shoot The Moon” (2010). Oppure dei fulmini che possono essere cambiati come si cambia un canale TV con il telecomando: questo avviene per i Rush su “Power Windows” (Anthem, 1985).

Ma il cambiamento non è dall’interno, come quest’ultimi, o gli Swell Maps e la casa in fiamme di “A Trip To Marineville” (Rough Trade, 1979). Quello che suggerisce il sogno, quello che difficilmente riusciamo ad interpretare e distinguere con i nostri occhi, è di una ragazza che il cambiamento lo porta da fuori, dal basso, dipingendo le finestre per cambiarne il loro interno: questo dice il sogno.
Come suggerisce l’amica e studiosa dell’immagine Martina Mele, la copertina di “Doma” potrebbe essere accostata ai lavori di Sylvain Margaine ed i suoi Forbidden Places. Come si vede nell’immagine di copertina del volume dedicato al fotografo, l’uomo investito di luce – come succede con “Doma” – è il punto focale dove l’occhio si concentra, quasi mettondosi al di sopra dell’architettura, come se della luce l’uomo ne fosse il detentore. E la donna sotto le finestre la detiene ancor più, emanandola più che riceverla.

Il lavoro grafico per “Doma”, fatto da Matteo Cavalleri, mette in evidenza un dialogo sempre presente tra finestra e luce. Due elementi in obbligatoria simbiosi. Luci e fantasmi, come rivela l’album di Peter Cupples, “Fear of Thunder” (Astor, 1981); come di fatto “Doma” e il citato Margaine. Luce che entra, come l’opera” The Turn of the Screw” (Accord, 1998), composta da Benjamin Britten. Luce che esce, come il singolo di Mike Oldfield, “Shadow on the Wall” (Virgin, 1983). Perché di fatto la finestra diviene un catalizzatore di luce – quella è la funzione – creando un patto indissolubile di magia. Magia creatrice di ombre e di fantasmi. Di mondi svelati e di cambiamenti in atto.
Si parla anche di numeri in questo bellissimo lavoro, sia musicale che visivo. Numeri che, come ovvio, risiedono nelle finestre. Nove, come l’enneagramma della personalità (a detta della band). Nove finestre disposte in tre file da tre, come tre è il numero della formazione dei [‘selvə], con il citato Alessandro, Andrea Pezzi al basso e Tommaso Rey alla batteria. Tre come la trilogia del Signore degli Anelli al cinema, tre come la Santissima Trinità, tre sono i moschettieri del Re. Salute!
Alberto Massaccesi