Dalla tesi di laurea magistrale “Estetica e immaginario Metal nell’arte contemporanea”
Anno d’uscita: 1990
Sito web:
 http://www.atrocity.de/
“Hallucinations”
è l’album di debutto della band tedesca Atrocity, famosa per la sua poliedricità e i numerosi cambiamenti stilistici che ha subìto nel corso degli anni. Il loro primo lavoro, comunque, può essere classificato senza alcun dubbio come Death Metal o Technical Death Metal; sono infatti tangibili le influenze stilistiche di gruppi americani che hanno dato il via a questo sottogenere, soprattutto i Death: le chitarre sono molto distorte e hanno una suono particolarmente scavato e aggressivo, mentre la batteria passa da tempi velocissimi ad altri più cadenzati con molta disinvoltura e la voce emette suoni bassi e cavernosi. Il disco è un concept album che racconta la storia di una ragazza molestata sessualmente dal padre e dei conseguenti problemi psicologici, emotivi e di emarginazione, che lei pensa di poter risolvere grazie alla droga: inevitabilmente l’assuefazione all’eroina diventerà la sua tomba.

Ancora una volta H. R. Giger concede l’utilizzo di una sua opera, “N. 93, Hommage à S. Beckett I” (1968), per la copertina di un disco Metal: in un ambiente scuro su cui si apre un’unica finestra si trova una aggregato informe che ricorda i mostri di Salvador Dalì, e precisamente uno degli orologi dipingi nel suo celebre quadro “La Persistenza della Memoria”.
Nella parte superiore di questo essere si riesce a distinguere un mento e una bocca la cui lingua lecca il labbro superiore, mentre la parte che normalmente sarebbe occupata dal naso e dagli occhi è invasa da due emisferi cerebrali abnormi e rigonfi. Il resto della creatura è composto da altre parti anatomiche che potrebbero essere ossa, cartilagini, ghiandole, muscoli, tutti fusi apparentemente senza alcun criterio. La minimale bicromia tipica di Giger viene accompagnata da qualche sporadico tocco di colore caldo (si veda la zona in prossimità del mento), mentre la tecnica ad olio, pur essendo usata con grande maestria, dà all’opera un aspetto meno realistico rispetto ai lavori eseguiti con l’aerografo e una sensazione di “leggermente fuori fuoco” e di opacità che contrasta con la lucida, fredda, chirurgica precisione della pistola a spruzzo.
Considerando il titolo dell’album e quello di alcune canzoni (ad esempio “Deep in Your Subconscious” e “Defeated Intellect”) si può ritenere che quest’opera costituisca la visione ideale della musica degli Atrocity: un ribollente e confuso magma di fobie nascoste nel profondo del subconscio emerge e prende il sopravvento sull’intelletto e sulla ragione, scatenando così miraggi deliranti in cui rimane una vaga parvenza di umanità circondata dall’angoscia e dal mostruoso. Con ogni probabilità è necessario tenere presente anche la tragica storia che è narrata attraverso le canzoni del disco: il trauma dell’incesto è la causa del più grande terrore che si annida nell’inconscio della protagonista ma ciò che è ritenuto un mezzo per fuggirlo, la droga, in realtà lo amplifica e crea addirittura altre paure portando, infine, alla morte.

Osservando meglio il dipinto si capisce che l’apertura da cui la creatura sta uscendo non è una finestra bensì una televisione. Che cosa può significare? Forse che tentando di fuggire dalla realtà creando un mondo parallelo e seguendo la via più facile, quella in discesa, i problemi non si risolvono ma sono moltiplicati: cercare di fuggire il senso di alienazione con la droga porta a un’estasi momentanea ma poi catapulta in una realtà ancora più difficile. La via è in discesa, certo, ma è una discesa che conduce verso l’abisso.

Quest’opera è davvero un omaggio a Samuel Beckett e al suo teatro dell’assurdo, metafora di un’umanità che tanto più cerca di dare un senso alla propria esistenza tanto più si annichilisce, tanto più cerca di combattere i mostri che si porta dentro tanto più ne è divorata. Bisognerebbe sempre ricordare che “chi combatte con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro” (F. Nietzsche, “Al di là del bene e del male”, Giunti Editore, Firenze, 2006, aforisma 146) ma ormai è troppo tardi: gli uomini hanno perso l’umanità.
Nik Shovel