Anno d’uscita: 1968
Regia: Roman Polanski
Dedichiamo quest’oggi, la recensione di una locandina alla festa della mamma che verrà celebrata nei prossimi giorni: una ricorrenza tenera per ricordare la bellezza di tutte le donne che dedicano la loro vita all’amore, ai figli, ai propri “cuccioli” da accudire proteggere. Un poster un po’ insolito per questa ricorrenza ma che evoca molto bene ciò che una mamma può affrontare, per amore.

“Rosemary’s Baby” è un film horror del 1968 diretto da Roman Polanski, il quale sarà vittima l’anno successivo di una delle più tristi vicende di cronaca nera americana per la perdita della moglie Sharon Tate e del figlio che teneva in grembo da parte della setta di Charles Manson. La pellicola ha come protagonista una giovanissima Mia Farrow alle prese con entità pericolose e maligne. Al centro dell’immagine nel manifesto, c’è la classica carrozzella che trasporta non un dolce frugoletto ma un anti-umano, un raccapricciante essere, che sorprendentemente non verrà svelato. Il film infatti è sviluppato attorno a quella carrozzella, non si svela il bambino, non verrà mai visto nemmeno alla fine, lo si può solamente immaginare dall’eloquente sguardo della protagonista. Il mistero e l’angoscia saranno i fili conduttori nella progressione del lungometraggio.

L’immaginazione di un ignoto e terrificante finale. Forse anche Rosemary immagina sdraiata sul letto, costretta alle direttive delle persone dalle quali non riesce a sfuggire, il destino che si compie contro la sua volontà da artefici perversi ed egoisti. Dormireste voi? Vi riposereste circondati da un clima di pericolo? La madre è lì in questa immagine con gli occhi sbarrati e sta scrutando nel soffitto o nel cielo una via d’uscita da quell’ambiente infernale. Il verde dello sfondo richiama proprio l’occulto. Lo smeraldo è la pietra di Lucifero prima della sua caduta. La pietra infatti si staccò dalla sua fronte per poi essere scavato dagli angeli come sacro Graal. Il dèmone è raffigurato in verde nella cattedrale di Chartres (famosa per il suo labirinto), e in molte altre chiese e spesso ha le sembianze di un drago verde. Verdi sono anche i marziani, omuncoli inversi alla nostra umanità. Il verde è anche la linfa femminile della fertilità, quindi l’associazione cromatica rispecchia appieno lo scopo della composizione.
Davanti al viso innocente acqua e sapone, al centro è posta la carrozzella del bambino, in cima una montagna. La montagna in senso simbolico è un punto di incontro tra cielo e terra. Figura di grandezza e delle pretese degli uomini, i culti pagani sono infatti spesso svolti in luoghi e elevati, Dio sta sulle vette, ma le cime al tempo stesso sono segni di orgoglio e presagi di crollo. Il neonato come sorta di un Dio, di una venerazione fagocitante e malata. Tutto si sviluppa attorno a un invisibilità palpabile, minacciosa, lugubre e nettamente delirante.

Preoccupazione e sgomento sono la base di sentimenti che si insidiano nella nell’aria e avvolgono lo spettatore ma senza svelare nulla. L’incubo che tiene svegli e in tensione il dolce viso materno di una mamma che altro non dovrebbe essere che coccolata e accudita. Lo stesso soggetto della locandina è stato reinterpretato recentemente come variazione al poster di “Madre!” di Darren Aronofsky. Jennifer Lawrence è sdraiata allo stesso modo di Rosemary e davanti al suo viso si erge la casa nella quale si svolge la trama. Sta su uno sfondo rosso che indica la fertilità e la femminilità, collegandosi al titolo del film. La villa, nera perché è messa in silhouette è il tempio al centro del Mondo e dell’Universo, il soggetto nel soggetto.
La madre nei due manifesti è la chiave di volta di tutte le vicende, e la sua potenza sulla sua scenografia è l’antagonista e dovrà difendere la sua esistenza e sopravvivere, per sé o per guardare al futuro.
Sare “Shifter” Pellucchi

Per saperne di più sul film, potete leggere la recensione completa sul sito di Silenzio In Sala con il quale collaboriamo cliccando la scheda sottostante: