Anno d’uscita: 1972
Regia:
Fernando Di Leo
Il poliziesco d’azione negli anni ’70 raggiunge la sua maturità. Il merito è tanto americano, quanto europeo e asiatico. In Italia, tra diverse pellicole che scimmiottano troppo i lavori di oltreoceano, svetta il nome di Fernando Di Leo, capace, con la sua trilogia della mala, di riprodurre alla perfezione le atmosfere noir dei capolavori letterari dello scrittore russo-milanese Giorgio Scerbanenco.

Il primo capitolo della trilogia è “Milano Calibro 9”. Un rapido gesto del braccio porta a sollevare una pistola. Ne vediamo sei di armi, come fossero fotogrammi di una sequenza cinematografica. La canna dell’ultima, quella più in alto, è pronta a far fuoco. Il film può cominciare. La scena è grigia, colore dominante in una locandina che trasuda di noir. Il titolo rosso sangue ci ricorda che si spara a Milano. La metropoli del nord è sullo sfondo a far da palcoscenico. Potrebbe sembrare una città qualunque dell’allora mondo industrializzato, con i suoi anonimi grattacieli e palazzi moderni. Non siamo però nella Los Angeles di Raymond Chandler o nella Berna di Friedrich Dürrenmatt. Siamo nella Milano di Scerbanenco e lo si può intuire da alcuni palazzi che ci ricordano simboli architettonici meneghini: il Pirellone (a sinistra della prima pistola), Torre Velasca (alla sua destra) e la Madonnina del Duomo, lontano faro nella foschia metropolitana.

I grattacieli non sono una scelta casuale: rappresentano il potere, quello che guarda la città dall’alto e a cui la malavita punta. Non è un caso che il boss del film lavori all’ultimo piano di un grattacielo. La Milano del boom mostra il suo lato peggiore, quello del crimine, che corre sulle sue lingue d’asfalto per soggiogarla. I nomi degli attori ci fanno capire che non si tratta di un banale poliziottesco, ma di un film con forti risvolti sociali. Ci sono star internazionali come Lionel Stander e Philippe Leroy, un’affermata maschera di casa nostra come Gastone Moschin e un sex symbol quale Barbara Bouchet. Un discorso a parte va fatto per gli attori di teatro Frank Wolff e Luigi Pistilli, destinati ai due ruoli politici inseriti da Di Leo (il poliziotto reazionario e quello progressista) e morti entrambi suicidi (Wolff subito dopo le riprese, Pistilli nel 1996).

Queste due tragedie hanno aggiunto un alone di mistero sulla pellicola, considerata da Quentin Tarantino il miglior thriller della storia del cinema. La locandina di “Milano Calibro 9” ci immerge nel clima violento di una Milano grigia, in cui si deve sparare per primi se la si vuole scalare.
Leonardo Marzorati