Anno d’uscita: 1969
Regia: Sam Peckinpah
Nove uomini vanno a morire. Armati di fucile si allontanano, dando la schiena allo spettatore e lasciando al centro dell’immagine le loro lunghe ombre. In “Nosferatu Il Vampiro” l’ombra del male giungeva in città, ne “Il Mucchio Selvaggio” le ombre degli eroi sfumano, mentre i loro possessori si incamminano verso una sparatoria da cui sarà impossibile uscirne vivi.

La locandina del capolavoro western di Peckinpah ha punti in comune con l’horror di Murnau. In uno sfondo blu vediamo le nove sagome, mentre le loro ombre si disperdono al centro della locandina. In alto due frasi riassumono il senso della pellicola: “Uomini incorruttibili in una terra che cambia. Non al passo, fuori luogo e disperatamente fuori dal tempo”.

Nell’anacronismo dei protagonisti i cinefili hanno letto una sorta di commiato del regista statunitense al western di frontiera. Il cinema western dei campi lunghi, sorpassato a metà anni sessanta da quello dei primi piani, saluta così il suo pubblico. Sotto le ombre troviamo scritto in rosso sangue il titolo e, a ricordarci che siamo in truculento film, ci sono subito sotto quattro fotogrammi gialli con immagini di indubbia violenza. Tutti e tre i colori primari sono presenti, in un film che riesce a trasmettere tutte le emozioni del cinema: dall’azione alla riflessione, dall’amicizia all’odio, dalla lealtà all’egoismo. In basso leggiamo i nomi degli attori, alcuni dei quali sono vere e proprie icone del western che fu (Robert Ryan su tutti).

Il nome del regista è quasi imperscrutabile tra quelli dei tecnici e produttori del film, a dimostrazione di quanto sotto le righe fosse Peckinpah. Il suo cinema è in sintonia con i protagonisti de “Il Mucchio Selvaggio”, fuori dal tempo, ma destinato a lasciare un’ombra indelebile che possiamo ancora ammirare.
Leonardo Marzorati