Anno d’uscita: 1996
Sito web: http://www.jamiroquai.com/
In occasione dell’uscita in questo mese del nuovo lavoro dei Jamiroquai, recensiamo oggi la copertina del loro miglior disco: “Travelling Without Moving”. L’album vanta il primato di essere uno dei migliori dischi funk mai pubblicati. L’artwork della copertina è un chiaro riferimento a una delle più famose passioni del frontman Jason Kay: le macchine da corsa. Rigorosamente veloci, potenti e molto costose! Ne possiede decine di modelli, tra Lamborghini, Porsche e… le sue predilette Ferrari.
Il simbolo rappresentato infatti richiama proprio lo stemma della casa automobilistica nella forma rettangolare, precisamente quello del 1947: applicato alla Ferrari 125 S, successivo a quello più conosciuto a forma di scudo nato nel 1929. Lo sfondo attorno ad esso è la grata di metallo dell’auto. All’interno del giallo, anzichè il cavallino rampante è stato inserito in rilievo e sbarluccicoso l’emblema della band: il Buffalo Man, logo del gruppo, disegnato da Jay Kay agli esordi, nel 1992. Questo omino che indossa il copricapo con le corna, è la silhouette del cantante che porta il cappello da bufalo indiano. Il soggetto sarà presente su quasi tutti i lavori in forme e contesti diversi.


Jason, oltre ad essere anche un collezionista di cappelli, è molto devoto alle tribù native americane, ed è molto sensibile alle tematiche ambientalistiche ed ecologiche. La critica però, di fronte a questa scelta di facciata per la cover, lo ha accusato di essersi allontanato molto dalla questo argomento. A detta sua, ha affermato la sua coerenza dicendo che non potrebbe certo guidar le sue auto tutte assieme una volta sola; guidandone una, le altre rimangono ferme senza inquinare. All’inizio della title-track infatti, si sente chiaramente il rombo della sua potente automobile (una Lamborghini SE30 però!) che accompagna il testo che parla proprio della confortante sensazione di stare fermi, viaggiano alla velocità della luce nel proprio bolide. Un’altra versione sul significato di questa canzone è attribuibile al film “Dune”, di David Lynch del 1984 dove all’inizio del film viene proprio citata la stessa frase.
Sara “Shifter” Pellucchi