Anno d’uscita: 1982
Sito web: http://davidsanborn.com/
Una statuetta di estetica africana, d’ebano a forma di triangolo come gli orecchini alla moda negli anni ottanta. Spalle larghe, come le giacche di moda negli anni ottanta. Quasi un monolite Kubrickiano stagliato in un mondo immateriale, come la musica ed il jazz che già dominava il decennio: plastico ed etereo, monocromatico e spigoloso ma morbido ed elegante. Una musica intima da appartamento. Il sax che così traslato sulla destra della figura, richiama l’esclusivo stile di Sanborn, con il bocchino lasciato pesare sul lato delle labbra inferiori; un approccio fisico e faticoso, duro nel suo graffiante sound sui toni medi-alti. Una fisicità però tutta proiettata sull’esecuzione, sul soffiare via il suono dallo strumento perché la postura, come vista nei live, mantiene un staticità quasi vicina all’immobilità; come un Phill Woods moderno. Le mitiche performance con il chitarrista Hiram Bullock, instancabile corridore da palcoscenico, erano uno spettacolo di estremi opposti, di visioni ed approcci musicali agli antipodi bellissimo. Nel percorso grafico della discografia del sassofonista di Tampa, “As We Speak” si colloca perfettamente dopo “Voyeur”, illustrata da Leonard F. Konopelski, con i suoi colori e toni pastello quasi innaturali. Come in “Voyeur” anche “As We Speak”, illustrata però Kohei Onishi, si gioca su forme geometriche e cromie improbabili che sarà infatti una prerogativa dell’art director Christine Sauers, che lavorò tra gli altri con Marcus Miller e Madonna. In antagonismo con il collega e amico Bob James – che lasciò il lavoro grafico al mitico Bob Ciano – Sanborn predilige un’estetica meno materialista e più spirituale. Sognante.
Alberto Massaccesi