Anno d’uscita: 1980
Sito web: http://www.adam-ant.net
Un faro rosso investe le giovani nudità di Adam. Rosso come le “luci rosse” dei film vietati ai minori perché lui – trasgressivo britannico dell’ondata post punk propenso a promiscuità sessuali – suona “Music for sex people”. Il volto di sconvolta euforia, gli occhi fissi allucinati e la bocca spalancata in un urlo soffocato di stupore; sembra esser colto in fallo da occhi esterni e rimane lì statico, inclinato in avanti con le braccia rivolte in basso che, scomparendo nel bordo inferiore della copertina, coprono la zona pelvica. Un guerriero indiano gettato sotto i riflettori in pasto ai benpensanti, in atteggiamento osceno (Adam, non i benpensanti). Se si considerano le sue copertine di quel decennio (qui siamo nel 1980), Adam Ant rimane paradossalmente sempre abbottonato, agghindato in abiti d’altri tempi, coperto fino all’estremità del collo. Di uomini semi o interamente nudi se ne sono visti a iosa nella storia e in quell’anno, ne uscirono almeno due (copertine) clamorose: l’uomo nella stanza di “In The Flat Field” dei Bauhaus e la schiena di quel “belloccio” di Skafish; due dischi stupendi. Impossibilitato ad avere il carisma di Freddie Mercury, il giovane Adam, alla fine degli anni ’70, si riempì il guardaroba di una quantità straordinaria di capi eccentrici spaiati e una buona dose di trucco. Da figura androgina punk e sbottonata del primo album “Dirk Wears White Sox”, a cow boy, a mezzo indiano-napoleonico fino ad arrivare alla “pelle” nella fine degli anni ’80; declino sia musicale che estetico. In una vecchia recensione a tal proposito scrissi: “Pochezza carismatica messa a nudo nel Live Aid dell’85; imbustato in un completo di pelle e stivaletti rossi, saltellando come un grillo alla ricerca di conferme, Adam era una pecorella smarrita senza il supporto del suo scudo, la sua armatura scenica.”
Alberto Massaccesi