Anno d’uscita: 1984
Sito web: http://brucespringsteen.net/
Il simbolo americano non venne mai così ben rappresentato come in questo disco. Dopo “Nebraska”, Bruce Springsteen nel 1984 uscì con “Born In The USA”: un album fenomenale che vendette decine di milioni di copie contrastando quasi “Thriller” di Michael Jackson.

La foto dell’artwork è opera di Annie Leibovitz, famosa fotografa statunitense che lavorò per la rivista Rolling Stone. A lei è dato il credito della celeberrima copertina del magazine in cui è ritratto John Lennon svestito che abbraccia Yoko Ono (link all’articolo: https://www.artovercovers.com/2020/12/08/john-lennon-e-yoko-ono/). Lo scatto che ritrae il fondoschiena di Bruce è perfettamente rappresentativo per il popolo americano, del quale esalta le principali caratteristiche; oltre alla bandiera sullo sfondo, ci sono i classici blue jeans indossati dal cantante (sicuramente marca Levi’s, c’è l’inconfondibile dettaglio dell’etichetta rossa di stoffa cucita sulla tasca) e il cappellino da baseball. Nel video si può vedere proprio la sequenza conclusiva in cui The Boss si mette in posa:
https://www.youtube.com/watch?v=EPhWR4d3FJQ

L’album trasformò letteralmente Bruce in una star planetaria; inoltre, venne apprezzato molto da Ronald Reagan, che, in corsa per la rielezione, all’epoca citò il cantante come esempio dei valori americani. La title track “Born In The USA” venne infatti utilizzata come soundtrack per la campagna elettorale, chiaramente prendendola più per il suo titolo e per la sua melodia che per il suo testo.

La title-track infatti ha anche la triste notorietà di essere stata una delle più fraintese della storia della musica. Questa canzone infatti rimane tuttora forse uno dei massimi attacchi al sistema repubblicano, perché parla dei veterani della guerra del Vietnam rientrati in patria e disadattati, e provocò una polemica contro lo stesso presidente. Bruce aprì così una nuova era e diede un nuovo volto all’America dando finalmente voce alle persone più povere ed in difficoltà. L’antitesi del sogno americano.
Sara “Shifter” Pellucchi