Anno d’uscita: 2017
Regia: Andrey Zvyagintsev
L’affiche di “Loveless” che esaminiamo in questo articolo, diversamente dalla precedente recensita nella prima parte (http://www.artovercovers.com/2018/03/25/loveless-prima-parte/) abbandona quell’aura di universalità del manifesto precedente preferendo focalizzarsi in maniera più specifica e circoscritta sul film; ne riproduce i personaggi -comparse, comprimari e protagonisti (a film visionato riusciamo senza difficoltà a riconoscere ciascuno di essi, a leggere il “significato” dietro l’”immagine-significante” di ognuno di loro), si concentra sulle relazioni interpersonali che a ben guardare risultano nulle, supporta mediante una suggestiva ed esplicativa istantanea il “Senza Amore” del titolo che dall’alto, simile ad un’entità metafisica tanto intangibile quanto percepibile, domina sulle loro vite, incombe sulle loro teste, fluttuando tra le pieghe del vellutato tendaggio che incornicia la rappresentazione.

Perché ciò che osserviamo è il palcoscenico dell’esistenza, un tableau vivant di corpi -maschili e femminili, di adulti e bambini, più giovani e meno giovani- immobili, cristallizzati se non congelati (come il suolo innevato vuole suggerirci) in pose in grado di esprimere la sostanza della loro essenza: sono soli, lontani nello spirito, sebbene condividano il medesimo spazio; ognuno per sé, indifferenti all’altro.

In un grigiore esistenziale desolante, reso appena meno cupo dal candore degli inverni innevati che scongiurano l’altrimenti nero assoluto, gli sguardi mai s’incrociano, e nell’abituale ordinario incedere di ognuno viene meno una direzione comune, ogni possibile punto d’incontro.

Singoli corpi colti a vagare nel mezzo dell’arida e gelida selva oscura di dantesca memoria, come disorientati, privi di riferimenti.

Appartengono a quelle generazioni allo sbando che nella Russia attuale si ritrovano a fare i conti con la propria identità, scissa tra tradizione e rinnovamento, soggiogata dalle sollecitazioni libertarie dell’occidente e insieme castrata dall’isolazionismo retrogrado e conservatore che ancora imperversa.

È una madre-matrigna nei confronti dei propri figli. Algida, distante e ostile come la voluttuosa mamma nel fior degli anni (al centro del manifesto) col suo bambino (a destra del manifesto) che cammina nelle neve a piedi scalzi. E dell’impatto con la nuda terra pare non risentirne affatto: il freddo glaciale che permea la sua coscienza è pari alle inclementi temperature che dominano l’intero territorio.
Se tutti volgono i rispettivi sguardi verso un altrove vago, invisibile, indefinito, presi da se stessi, persi dentro se stessi, l’unico a guardare in una precisa direzione, a mantenere un contatto con la dura realtà è il ragazzino che nel film scomparirà nel nulla. Ha la verità negli occhi, nel suo sguardo corrucciato e risoluto nel perseguire il proprio obiettivo, che ritiene l’unico possibile. La sua figura è tesa, come pronta a scattare, forse per svanire definitivamente dietro quell’albero che adesso (ma non ancora per molto) in minima parte lo nasconde. Guarda verso di noi, come a voler renderci partecipi del suo dolore di figlio rifiutato, come a reclamare la nostra attenzione, chiedere conferma della sua esistenza attraverso occhi esterni. I nostri occhi

Curiosando:
La locandina nella versione destinata al mercato internazionale:
si arricchisce degli strilloni entusiastici della stampa estera e traduce in inglese, lingua internazionale (quella maggiormente diffusa e parlata nel mondo), il titolo dell’ultimo lavoro di Andrey Zvyagintsev che qui si colora di un dorato brillante. Scelta ragionata che, se da un lato, ben richiama le stellette della critica e il logo dei festival dedicati alla settima arte cui ha partecipato e vinto (Cannes: Premio della Giuria 2017, BFI London Film: Miglior film della competizione 2017), dall’altro cozza, creando un contrasto intenzionale, col significato della parola stessa.

Il formato è singolare, probabilmente l’opzione grafica più valida per includere e meglio evidenziare -a mò di effetto di richiamo- le scritte sovraimpresse; e la fattura dell’artwork abbandona quel carattere ruvido, quasi grezzo, presente nell’affiche originale, optando per una luce più sgargiante che si confà alla scritta dorata e, a ben guardare, alla pulizia delle immagini, al rigore formale di cui si fregia la pellicola di Zvyagintsev. Qui, il titolo perde quella pesante rigidità di cui si carica la scritta in cirillico nel poster originale senza, tuttavia, alleggerirsi del suo tragico intrinseco significato.

Sotto osserviamo tre varianti del manifesto, dal primo a sinistra andando verso destra:

  • quella che probabilmente era la prima versione della locandina antecedente alla partecipazione del film al Festival di Cannes 2017, manca infatti in alto a sx il celeberrimo logo della rinomata Manifestazione Cinematografica francese che attesta la vittoria del film in una delle categorie della prestigiosa competizione. Sembra quasi una vecchia stampa, un’istantanea a bassa risoluzione, dai colori -il bianco e il nero- sbiaditi. Come un’immagine proveniente dai vecchi televisori in b/n a manopola col loro caratteristico formicolìo;
  • scoperta recente di chi scrive, nel web si trova anche il poster di dimensioni standard;
  • la Francia, assecondando il sentimento dell’identità culturale nazionale che la pervade, è forse l’unico Stato occidentale (più dell’Italia) che ancora traduce nella propria lingua i titoli delle pellicole estere

Antonella Liguori