Anno: 2008
Regia:
Clint Eastwood
Poche volte la locandina di un film è così evocativa, così potente e schietta che a guardarla ci si fa subito un’idea molto chiara del contenuto del film che essa rappresenta. Gran Torino è il titolo del film che vede Clint Eastwood regista e protagonista (il titolo è ispirato da un mitico modello di Ford – per intenderci quello utilizzato da Starsky & Hutch).
Il personaggio ritratto in locandina è Walt Kowalski, un uomo scontroso, brusco, fermo nel suo tempo. Il suo volto è nello stesso tempo solcato dai ricordi ed illuminato da occhi di ghiaccio. Quegli occhi che hanno visto troppo. Ha in mano il suo fucile M-1, sullo sfondo, dietro di lui, c’è la sua Gran Torino Sport a proteggerlo. Un’auto conservata, dopo cinquant’anni di lavoro in fabbrica, nel garage della sua casa alla periferia di Detroit.

Ecco perché parlo di “potenza” del manifesto perché con soli tre elementi figurativi (postura fisica del protagonista, fucile e macchina) comunica la posizione psicologica di chi sta in guardia ed è pronto a proteggersi con tutto ciò che ha, non soltanto un fucile, ma occhi, che hanno visto la Guerra e una macchina che è la memoria del passato ma è ancora lì, splendente e manutenuta. Quella macchina è il testimone lasciato dall’America a nuove generazioni di immigrati.

Con o senza fucile Walt Kowalski, metalmeccanico in pensione, reduce dalla Guerra di Corea e fresco vedovo, ha una storia e un passato da ricordare. In guerra ha compiuto atti che ancora lo ossessionano, ma dentro di sé sente che non può condividere con nessuno la sua esperienza. A chi potrebbe raccontarla? Sua moglie non c’è più, i suoi figli sono diventati dei perfetti estranei. Non certo la racconterebbe agli asiatici che hanno “invaso” il suo territorio andando a vivere nel suo quartiere.

Dal suo mezzobusto nel poster, emerge tutto il suo risentimento per quasi tutto quello che vede intorno a sé: le grondaie spioventi, i prati incolti e pieni di vegetazione, le case del vicinato degradate, scrostate, trascurate; al confronto, la sua casa è tenuta come una reggia. Ma una reggia pur sempre vuota, fredda, in cui Walt sta solo, con la cagnetta Labrador Daisy. È malato, non desidera parlare con nessuno, non vuole vedere nessuno. Tantomeno le facce di stranieri che lo circondano, le bande di adolescenti Hmong, latinoamericani e afro-americani che pensano che tutto il quartiere sia loro. Walt aspetta solo che il resto della sua vita passi, dandogli il meno fastidio possibile.
Eppure, saranno proprio i nuovi vicini di casa Thao (Bee Vang) e Sue (Ahney Her), a smantellare i pregiudizi razziali dell’uomo e a farlo andare incontro alla vita oltre il giardino. Thao e Sue rappresentano una rinascita, una nuova occasione per lui di mettere alla prova la sua sbiadita umanità. L’amicizia con i due ragazzi asiatici diventerà una ragione per vivere, ma anche per morire.

Kowalski scoprirà che i suoi valori di sempre – la patria e la famiglia – sono valori condivisi dalla comunità che lo circonda. Sarà la cosa più difficile da accettare: ammettere – in primis a se stesso- di avere molto più in comune con gli odiati vicini, che con gli smemorati e avidi figli: “Cristo Santo, ho più cose in comune con questi musi gialli che con quei depravati della mia famiglia”.

Ma da questa scoperta in poi, cambia tutto. Sarà Kowalsky ad interessarsi dell’educazione “virile” e sentimentale del timido Thao e sarà proprio a lui che lascerà in eredità la sua auto-feticcio, la Gran Torino del ‘72 centro simbolico della storia, consegnando al ragazzo le chiavi per il mondo degli adulti.

“Non sapevo molto sui “Hmong” ha dichiarato Clint Eastwood, che con Gran Torino sembra giungere ad una summa dei suoi personaggi e dei temi che gli sono stati più cari nel corso degli anni. L’amicizia paterna con un’anima persa quanto lui, le atrocità della guerra, la comprensione per le popolazioni asiatiche, la violenza verso giovani innocenti, sono tutti temi cari a Eastwood.

E in questo film ha addirittura osato di più: incuriosito da una comunità che ha con gli Stati Uniti legami profondi e oscuri – di cui la maggior parte degli americani non sa nulla – ha voluto che i protagonisti del film fossero davvero Hmong ed ha arruolato persone che non avevano mai recitato prima.

“Hanno le loro religioni, la loro lingua e si considerano un popolo a parte. Dato che hanno aiutato gli americani durante il conflitto, sono stati portati qui come rifugiati dopo la fine della Guerra del Vietnam. Molti di loro hanno passato momenti assai difficili. Hanno dovuto sopravvivere a molta tristezza e quindi sono un popolo duro e molto determinato”.

Gran Torino è un film positivo perché parla di redenzione. La scena finale del film è epica, altrettanto quanto la locandina. Clint/Kowalski, eroico, estrae un accendino dalla giacca alla stessa maniera di quando, giovane Callaghan, tirava fuori la sua 44 Magnum
Sara Riccio

Per saperne di più sul film, potete leggere la recensione completa sul sito di Silenzio In Sala con il quale collaboriamo cliccando la scheda sottostante: