Anni d’uscita: 1923 – 1956
Regia:
Cecil B. De Mille
Lo stesso film, lo stesso regista e più di trent’anni di distanza. È il tempo che separa le due versioni de “I Dieci Comandamenti” di Cecil B. De Mille. La prima, muta, risale al 1923; la seconda, sonora e in Technicolor, è del 1956. Il film degli anni ’20 ripercorre l’epica biblica di Mosè in una prima parte, per poi, nella seconda, inserire il messaggio del testo sacro in una vicenda familiare contemporanea. Quello degli anni cinquanta è invece un kolossal ambientato interamente ai tempi dell’Esodo. Osservando le locandine delle due pellicole si può capire molto dell’evoluzione della cartellonistica cinematografica.

La locandina de “I Dieci Comandamenti” del 1923 trascura Mosè e mette in scena una famiglia disperata, la protagonista della seconda parte del film. Vediamo una casa crollata, con un giovane uomo e una giovane donna piangere un’anziana rimasta uccisa dalle macerie. A destra un altro uomo alza le braccia sconvolto dalle tavole dei comandamenti, che recitano “Tu non lo farai”. Sono due fratelli divisi dalle loro scelte, ritrovatisi solo nel momento della morte della madre. Anche chi non conosce la trama del film può farsi un’idea: se da un lato proviamo empatia per i due disperati che piangono la morta, dall’altro capiamo subito che la figura di spalle non ha rispettato i comandamenti sacri e ora forse si pente allarmato. Il bene e il male sono la diarchia che ha caratterizzato la cultura angloamericana fin dagli albori.

Nella locandina ne abbiamo un esempio immediato. Il titolo è impresso a grandi caratteri. Lo spettatore medio si sarebbe aspettato un’immagine di Mosè con le tavole o del Nilo con le acque separate. Invece si è puntato tutto sulla seconda parte del film, per ribadire, negli Stati Uniti del 1923, che i testi sacri sono ancora attuali. Siamo in pieno proibizionismo, anche se l’alcol scorre di frodo in ogni angolo del Paese; inoltre le speculazioni finanziarie crescono come i grattacieli di New York, per poi esplodere con la bolla del 1929, che piegherà la crescita economica a stelle e strisce. Il comandamento presente in locandina, nella realtà è stato chiaramente inosservato. Cecil B. De Mille è già un regista di successo e il suo nome ha caratteri ben differenti rispetto a quelli degli attori. In basso leggiamo il nome di una delle case cinematografiche destinata a contribuire alla storia di Hollywood: la Paramount Pictures, con il suo leggendario logo del monte circondato dalle stelle. Si tratta di un kolossal e chi ha investito tanti soldi ha diritto al suo spazio anche in locandina: questa è l’industria del cinema
La locandina della versione del 1956 si concentra sui fatti narrati nella Bibbia. Nell’America degli anni cinquanta non c’è più bisogno di dare al pubblico una morale, come era stato fatto nel 1923 con la storia dei due fratelli. Gli Stati Uniti sono dalla parte del giusto, nel decennio precedente contro il nazismo e ora contro il comunismo, quindi più che dare insegnamenti, serve celebrare una pellicola vecchia di tre decenni con nuovi effetti spettacolari. Al centro della scena c’è Mosè che separa le acque del Nilo. Gli ebrei si salvano, mentre gli egizi vengono sommersi. Salvezza e morte sono racchiuse in un’immagine dal forte impatto, giusta premessa agli imponenti effetti speciali che ci aspettano in sala. In primo piano, separati dai nomi del cast, vediamo i due rivali, quasi fossimo sul set di un western. Il buon Mosè (Charlton Heston), con la barba grigia e le tavole con i comandamenti, affronta con lo sguardo il perfido faraone (Yul Brynner), armato di scettro, spada e con ornamenti d’oro a coprire in parte il suo petto nudo. Effetti speciali e scontro tra “machi” sono ingredienti fondamentali per il pubblico puritano degli anni cinquanta. In un’epoca dove molti prodotti sono ancora o per uomo o per donna, un kolossal catastrofico come può riscontrare il favore del pubblico femminile? Con la presenza, rafforzata dalle figure intere in locandina, di due belli del cinema molto diversi tra loro: il virile e villoso Heston, contrapposto al rasato per eccellenza Brynner. In alto leggiamo che si tratta di un grandissimo evento, il remake dell’ormai capolavoro degli anni venti, diretto anche qui dallo stesso De Mille, ormai settantenne ma il cui nome è sempre una garanzia (quantomeno economica).

Con le due locandine passiamo da una Hollywood paternalista a una autoreferenziale. La prima è impegnata a dare una sua lezione di vita al pubblico, il quale comunque disobbedirà, basti pensare alla crisi economica del 1929. La seconda si decanta, cercando in tutti i modi di mostrarsi più matura rispetto al passato. Sul piano storico sono comunque la prima locandina ed il primo film a vincere la sfida, con tutto il rispetto per i milioni di dollari spesi e poi incassati nel 1956.
Leonardo Marzorati