Anno d’uscita: 1996
Regia: John Carpenter
“Fuga da Los Angeles” è il celebre sequel del precedente “1997: Fuga da New York” diretto da John Carpenter, ambientato quindici anni dopo il precedente e, per coincidenza (o forse no?) pubblicato esattamente quindici anni più tardi. La locandina (nella sua versione francese) mostra Jena (Snake) Plissken (sempre interpretato da Kurt Russel), il protagonista, a cavallo di una moto: una Harley & Davidson, messo in primo piano, che guarda verso di noi, rievocando molto lo stile Western anche nell’abbigliamento con la giacca lunga. Il riverbero del calore rende i contorni più offuscati. Con questa immagine John Carpenter ci porta simbolicamente nella dimensione delle terre selvagge, dove la sua decadenza viene raffigurata dal tramonto rosso infuocato sullo sfondo, rosso per il sangue versato nella storia dell’uomo, come il drastico cambiamento in arrivo. La scenografia richiama molto il deserto nel Grand Canyon; l’ambientazione classica per le scene di corse a cavallo. Il protagonista sembra in sella al proprio destriero scrutando l’orizzonte, in attesa di quello che accadrà.
“Fuga da Los Angeles” è stato molto discusso dal pubblico, che aveva canonizzato il personaggio di Jena “Snake” Plissken, come antieroe per eccellenza. È da ammirare questo esperimento coraggioso di “sminuire” volontariamente il suo antieroe, rendendolo ancora più “tamarro”, più diffidente ma anche più somigliante a Jack Burton in “Grosso Guaio a Chinatown” (di cui abbiamo recensito la locandina) per molti versi, facendolo ridimensionare anche da parte degli altri attori con frasi del tipo: ”Jena ti credevo più alto o più grosso”, per farlo poi risorgere ad idolo nel clamoroso finale, dove fa un semplice, ma esplicativo gesto: idolatria pura.

Riprendendo la focalizzazione sull’immagine rappresentativa del poster, sia la storia che il carattere cinematografico richiamano un film Western in piena regola, ambientato in una Los Angeles diventata un’isola dopo un grande terremoto, trasformata di seguito in una prigione. La storia si sviluppa sulla falsa riga di “1997: Fuga da New York” con gli stessi crismi e meccaniche in apparenza; infatti abbiamo la figlia del presidente degli Stati Uniti, che precipita a Los Angeles portando con sé una “cosa” molto importante (stiamo sul vago per non spoilerare troppo) e con il solito trucco viene mandato Jena Plissken a recuperarla. La scelta dell’immagine nel manifesto sta forse proprio a rievocare una “antichizzazione” del tempo su scena arida, come la desolata prateria con i suoi nativi, e qui, a differenza dei pellerossa e dei cowboys ci sono due schieramenti opposti che rendono opinabile la civilizzazione o meno dell’altro. Una sorta di parallelismo scenografico che unisce tradizioni e organizzazioni politiche in tempi diversi ma che si accomunano tra loro per il conflitto tra il bene ed il male.

Nello specifico, per meglio spiegare questo concetto, la vera differenza tra “Fuga da Los Angeles” e “1997: Fuga da New York” , sta nella ricostruzione dei personaggi di ambo le fazioni in campo. Nella prima, il potere che emargina viene mostrato totalitarista e fascista, mentre i reietti imprigionati, a modo loro sono persone più vere, ovvero libere di essere se stessi dove regna il caos, in quanto hanno trovato una sorta di Eden in quella terra dimenticata dalle persone che si credono cosi dette “civilizzate”, in verità schiavi, pur credendosi liberi. Nel caso di Los Angeles non cambia molto se si parla della politica di repressione, anzi, vengono mostrati dettagli di pene di morte con sedie elettriche costruite frettolosamente “al volo” per così dire, per sbrigare le pratiche, ma con una  forte componente religiosa, molto più simile ad una setta, mentre dall’altra parte sull’”isola prigione” le cose non vanno meglio, i carcerati vengono strumentalizzati per fare partire una rivoluzione contro il paese, creando un clima paragonabile a quello antecedente alla guerra mondiale. Los Angeles è  dominata da Cuervo Jones, dall’immagine molto simile a Che Guevara sia come look e modi di fare e dire.
In questa avventura  incontrerà  svariate persone, guide turistiche (Steve Buscemi) che rivive una sorta di boom anni ‘80 con la sua “finta felicità”, una stupenda Valeria Golino nei panni di una musulmana cacciata lì in quanto  tale, Bruce Campbell irriconoscibile a capo del quartiere dei ricchi, fissati con la chirurgia plastica, un suo ex collega di guerra diventato un transessuale dopo essere stato arrestato anni fa e cosi via discorrendo.

Un’altra componente importante che riprende il look cinematografico Western è la tecnologia olografica. La CGI (la computer-generated imagery) di questo film è stata molto criticata e bocciata, in quanto appena abbozzata, non rifinita volontariamente dallo stesso John Carpenter, semplicemente perché lui diceva che la tecnologia stava rubando la scena alla storia che deve raccontare il film; una sorta di provocazione, ben riuscita, smascherando come in molti casi, il pubblico cinematografico che puntava più all’immagine che alla sostanza dell’opera. Come nei Western di Sergio Leone e soci, gli effetti speciali sono infatti il frutto di tecniche manuali o dell’utilizzo di modellini per ricreare le scene più pericolose. La componente analogica può intesa come un satellite capace di togliere corrente a chiunque, come arma di ricatto. Infatti, togliendola si farebbe regredire l’uomo alle origini e questo renderebbe una minaccia verso chi ha il potere. Ora tocca agli ologrammi, qui usati per comunicare insicurezza con i carcerati, senza farsi uccidere, oggi paragonabili alla figura dei pc e di Internet, cioè una barriera sul mondo, che rende leoni e sicuri solo in apparenza.

“Se vince l’America , non cambia niente, Se vince Cuervo, non cambia niente, tutto cambia, tutto resta uguale”, una pressione sul pulsante.
“Benvenuti all’alba della nuova umanità”: una sigaretta con una scritta che istiga alla libertà, un tiro, musica western, essenza allo stato puro del cinema.
Mirco “Nemo” Quartieri