Anno d’uscita: 2016
Sito web: https://www.facebook.com/TraumaForward/
“Hangin’ on a hook / between adrenaline and pain / in the flesh / in thoughts / I chase our red shadows“ Trauma Forward – Red Shadow
In quella che è quasi una sovracopertina, nera, dipinta in una luce diretta che rivela una sensazione di “Leather” traslucida, si nasconde un ipotetico panorama psichedelico di quello tipicamente “hippy” del periodo d’oro. Ma per quanto, a detta della band, i fiori siano posticci, ad una prima occhiata ci rivelano un prato fiorito, reale all’apparenza ma irreale per la trama improbabile; non certo però come nel disco dei Bee Gees, “Bee Gees’ 1st” (1967): in quel caso ci si trova di fronte ad un panorama acido e assurdo.
Il ritrovarsi a scoprire nuovi mondi più colorati e rassicuranti si può vedere anche in “Bruce Cockburn” (1970), l’album omonimo del cantautore folk canadese. Ma se per Cockburn tale scoperta si può compiere attraverso la cultura – il libro/porta che si apre dalla grigia città ad un panorama idilliaco – per i Trauma Forward tale avvenimento si manifesta dopo ferite o strappi del proprio essere, della propria pelle, o del proprio animo, a detta loro. Che poi, se quel che ci si ritrova a scoprire sono fittizi fiori, invero si ha a che fare con un panorama non sempre congeniale all’animo, effimero, come del resto è effimera la vita stessa; l’anima è immortale. Un bisogno instancabile e violento per uscire dal nero del mondo al colore dell’arte. Un chiaro riferimento a Lucio Fontana che trapassa la dimensione dell’opera, ma che qui rivela il contenuto dell’opera stessa, come due quadri sovrapposti.
Pure Roky Erickson & The Aliens in “5 Symbols” (1980) utilizzarono strappi e sovrapposizioni, mettendo in luce una realtà drammatica e spaventevole che è il frutto della mente, che sono le paure e il risultato delle proprie azioni – artistiche, se vogliamo – e non rassicurano affatto lo spettatore. Come di fatto inquieta il contrasto con il fitto nero ed i fiori in “Scars”.
Ancora i The 13th Floor Elevators con “Bull Of The Wood” (1969), quindi sempre del periodo psichedelico come detto sopra, fanno spuntare un nero toro da una spaccatura nel legno. Non certo un’immagine che rassicura, lontana da paradisi fioriti, ma pur sempre scoperta di nuovi mondi che, la musica come l’arte, possono e devono portare alla luce. O al buio.
Alberto Massaccesi