“Stronghold” – Summoning
Anno d’uscita:
1999
Sito web: 
https://it.wikipedia.org/wiki/Summoning
Il trucco c’è ma non si vede, e il mago non lo svela neppure alla fine dello spettacolo. Se poi i trucchi sono addirittura due, immaginatevi che garbuglio salta fuori… Ma procediamo con ordine dal principio…

Se siete conoscitori dell’opera letteraria di J.R.R. Tolkien e delle tante espressioni artistiche musicali che questa ha ispirato, allora potete tranquillamente non leggere le prossime righe, perché conoscerete già a menadito tutto e anche di più riguardo la band austriaca Summoning. Se invece non avete mai citofonato a casa Baggins, allora è il caso di spendere qualche parola per introdurre la musica della band e il suo contesto lirico.

Il duo austriaco, formato da Silenius e Protector, propone una versione personale e originale di ambient-black metal che raccoglie da più di vent’anni fans ed entusiasti prosecutori. I due musicisti hanno infatti saputo evolvere le proprie radici black-metal in una formula che ha nell’atmosfera la sua parola chiave. Il risultato è raggiunto attraverso l’uso di sintetizzatori combinati con le voci in “scream” e i  suoni di chitarra diretti e gelidi tipici del black metal: l’atmosfera creata dalla band è fortemente epica, a tratti malinconica e rabbuiata, ma mai artificiale o vuota di senso. Come anticipato, l’immaginario lirico pesca a piene mani dalle pagine di Tolkien. Basti citare ad esempio i titoli di tre album fondamentali per la band nella seconda metà degli anni ’90: “Lugburz”, “Minas Morgul”, e “Dol Guldur”; ma il discorso vale anche per numerose canzoni degli album più recenti, come “Caradhras”, pubblicata nell’album del 2013 “Old Mornings Dawn”.La medesima ispirazione ricorre anche per le immagini sulle copertine degli album fin da “Lugburz” del 1995. Ci si potrebbe quindi logicamente aspettare che l’illustrazione qui sopra rappresenti una fortezza (appunto “Stronghold”) descritta ne “Il Signore degli AnellI” o in “Lo Hobbit”… Invece, come vi dicevo, c’è il trucco. Confrontate infatti l’immagine con il quadro del pittore romantico inglese John Martin “The Bard”, realizzato nel 1817, e osservate in particolare la roccaforte dipinta nella parte centrale sinistra del quadro: si tratta di una fortificazione medievale inglese posta a sentinella del fiume Conway nel Galles.
C’è poi il secondo trucco di scena che può sorprendere: il protagonista del dipinto non è compreso nella sezione del quadro che è stata scelta per la copertina del disco. Anche il Bardo “c’è ma non si vede”. Nonostante ciò, è interessante scoprire come il protagonista e l’intensità della sua vicenda narrata nel dipinto non siano così lontani dai temi epici evocati dai Summoning. Vediamoli allora nel dettaglio cominciando proprio dal protagonista. Osservate di nuovo la parte centrale del quadro, appena a destra della fortezza: vedrete il Bardo, minuscolo tra le alte rocce delle rupi, eppure allo stesso tempo imponente nel suo portamento orgoglioso. I suoi tratti fisici furono ispirati direttamente dal poema omonimo pubblicato dal letterato inglese Thomas Gray nel 1757 (non a caso il quadro di Martin fu esibito nel 1817 alla Royal Academy accompagnato da una citazione del testo): i capelli e la barba grigiastri sono lunghi e liberi nel vento, gli occhi sono penetranti come quelli di un rapace selvaggio, e la tunica, anch’essa scossa dal vento e dai gesti decisi del Bardo, ha il colore del lutto. In mano il guerriero-poeta regge l’arpa, che già all’inizio del diciannovesimo secolo era entrata nell’immaginario collettivo come connotato immancabile di questo personaggio. Per convincersene, è sufficiente accostare il dipinto di Martin al quasi contemporaneo quadro di Jean-Auguste-Dominique Ingres “Il Sogno di Ossian”, realizzato nel 1813, a sua volta derivato dall’opera poetica dello scrittore scozzese preromantico Macpherson “I Canti di Ossian”. Il capolavoro di Macpherson stabilì infatti il “prototipo” dell’eroe-poeta delle Isole Britanniche che tanta fortuna ebbe poi nel successivo periodo romantico.
E proprio al clima culturale romantico che si andava diffondendo in Europa a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo appartiene il Bardo di Martin. In primo luogo per la sua stessa figura tormentata, agitata da emozioni drammatiche. In secondo luogo per l’ambientazione che lo circonda nel quadro: la natura selvaggia e brulla delle rupi desolate, che relega in un piccolo spazio l’uomo come fosse un trascurabile dettaglio. A questo riguardo si può aggiungere che Martin dedicò numerosi suoi quadri a questi scenari “inumani”, illustrando episodi biblici (“The Deluge” del 1828) o storici (“The Destruction of Herculaneum and Pompeii” del 1821) in cui gli sconvolgimenti naturali annullano qualsiasi teoria razionalista di dominio dell’Uomo sulla Natura. Un’ipotetica definizione calzante per Martin potrebbe quindi essere quella di “pittore delle apocalissi”.
Da ultimo, s’inserisce perfettamente nel filone culturale romantico anche la scelta dell’artista di ritrarre l’episodio storico (ma venato di leggenda) di cui il Bardo è il centro. Secondo quanto riportato dalla tradizione, infatti, per prevenire ulteriori rivolte del Galles dopo l’annessione del 1284, il re inglese Edoardo I fece condannare a morte tutti i bardi del regno conquistato in modo da abbatterne lo spirito nazionale e la cultura stessa, che essi tramandavano e incarnavano. Quindi, il protagonista del quadro è l’Ultimo Bardo del Galles, e la sua mano alzata abbatte una maledizione contro i persecutori inglesi in marcia sulla riva del fiume.

L’urlo del guerriero-poeta di Martin, lanciato un momento prima di gettarsi nelle rapide del fiume Conway in un ultimo affronto al re inglese, riecheggia i versi del poema di Thomas Gray:
“Helm, nor Hauberk’s twisted mail
nor even thy virtues, Tyrant, shall avail
to save thy secret soul from nightly fears,
from Cambria’s curse, from Cambria’s tears!”

Il Bardo di Martin e Gray è dunque scomparso nelle profondità del fiume. Ma è comunque difficile restare indifferenti di fronte alla sua infelice solennità, che resiste e supera anche l’oblio di una fine ingrata. Come abbiamo già detto in queste righe per altri motivi, una volta ancora il Bardo c’è, anche se non si vede: la sua grandezza rimane, intatta anche nell’ultima disperazione.
Paolo Crugnola