Anno d’uscita: 2017
Sito web: https://bluestones.bandcamp.com/
Dotata di un forte senso del dramma – ci si rende subito conto dell’impossibilità della figura in primo piano di fuggire dalla copertina, intrappolata nella scenetta poco rassicurante – il disegno di Valeria Conti sembra offrire coordinate geografiche e stilistiche precise. Come già visto in Marvel’s Agents Of Shield, in più puntate sull’eroe/demone Ghost Rider, con un “graffito” a lui dedicato nella periferia ispanica di Los Angeles, lo scenario di “Groupie”, ultima release degli italiani Bluestones, lo richiama fortemente, simile a quella che è la street art di origine Latino Americana.
Non solo, lo stile del vestiario della ragazza triste e affranta è tipicamente lo stereotipo della “Gipsy Woman” di cui cantava il newyorkese Joe Bataan, moderna invero, ma uscita anch’ella da un ghetto della East Harlem di Carlito’s Way. Ovviamente, rifacendosi al supereroe fiammeggiante, l’immancabile teschio. Ben lontani dunque da quella Stonehenge a cui fa riferimento il nome della band Bluestones; poco importa se si vuol rappresentare un “dramma”, chi meglio degli ispanici? Pensiamo invero al struggente cantato dei Mariachi… Ovviamente la band o la Conti hanno immaginato un’ambientazione (come loro affermano) rockabilly o da pin-up (come appunto dice la “quasi” title track) anche se lo stile sembra distaccarsi dall’eleganza da sketch da tatuaggi alla Sailor Jerry.
L’uso dei colori vivi o “violenti” – il rosso a primo impatto mi ha ricordato il vino di una mitica copertina dei Rufus: “Party ‘Til You’re Broke” – impattano (per l’appunto violentemente) sul flebile ma anch’esso “vivo” gas che prima si fa teschio, poi si impossessa della “nostra”.
Un gas dal colore tipicamente dannoso da fogna ghostbusteriana, controllato – o meglio, mal controllato – da una ragazza a piè copertina, anch’ella posseduta da nere e lunghe e filiformi sopracciglia prensili. Un disegno infine che trasuda calore e disperazione in un volto che sembra sciogliersi, come pure il lettering che, per il titolo dell’album va a posizionarsi nel centro dell’orecchino; come se l’infinito del cerchio fosse l’infinito del dolore, in un perpetuo circolo interminabile. Disperato. Anche i titoli richiamano in maniera formidabile la copertina, si pensi a “Mantide” e tutto quello che dell’insetto conosciamo, o “Slave” che parla da solo. Tutti elementi che portano a pensare ad un concept album ben riuscito: almeno per quel che ci riguarda, ossia l’estetica.
Alberto Massaccesi