Anno d’uscita: 1922
Regia: Robert J. Flaherty
Con Robert J. Flaherty il documentario entra in gamba tesa nel mondo della settima arte. “Nanuk l’Eschimese” non è un vero documentario, dato che il regista guidò gli eschimesi della Baia di Hudson durante le riprese. L’opera riuscì però a trasmettere quel fascino esotico di una popolazione dallo stile di vita lontanissimo da quello degli spettatori che videro le riprese nelle sale cinematografiche di tutte le città del mondo. La locandina della pellicola difficilmente la si può accostare a quelle dei film realizzati fino al 1922. Si parte con annunci spettacolari scritti in alto al poster. Questa tecnica era più utilizzata per i baracconi dei circhi che non per le opere cinematografiche. “Nanuk l’Eschimese” lo si può difatti considerare un ponte tra i due mondi. Al centro vediamo i protagonisti delle riprese: la madre con bambino, l’esperto pescatore, il ragazzo e un lupo che emerge da dietro una diapositiva come per aggredire lo spettatore.
È un tentativo di spaventare il pubblico e di immergerlo in un mondo lontano, fatto di igloo e caccia alle foche. Siamo a metà tra il film antropologico e la documentazione. Per un anno la famiglia di autoctoni dell’Artico viene ripresa, per mostrare la loro vita quotidiana nei mesi di sole e in quelli bui. Il titolo in rosso ci presenta l’opera e il sottotitolo fa capire a tutti che siamo nel presente dell’epoca. Nel 1922 era ancora forte il pregiudizio di considerare inferiori i popoli “primitivi”. Il manifesto presenta la famiglia di Nanuk, come sì unita dall’amore e dall’istinto di sopravvivenza, ma anche come qualcosa di chiuso in una sua serena ignoranza. È una caverna platonica da conoscere, da divulgare e da ammirare; senza però contaminarla o volerle imporre una diversa civiltà, per quanto la si possa anche, a torto, considerarla migliore.
Leonardo Marzorati