Anno d’uscita: 2016
Regia: Tom Ford
Susan, gallerista di successo nella Los Angeles che conta ma donna triste e insoddisfatta nella sfera privata, riceve un giorno dall’ex marito, di cui non aveva notizie da anni, il suo nuovo romanzo intitolato Animali Notturni, come lui soleva definirla per la difficoltà ad addormentarsi a fine giornata. Immergendosi nella lettura, un racconto disturbante sull’improvviso quanto violento disfacimento di una felice famiglia americana in viaggio per le vacanze per mano di balordi incrociati in autostrada, affiorano inspiegabilmente in lei, come per libera associazione d’idee (che libera non si rivelerà), i ricordi sulla sua storia d’amore con l’uomo, la scelta arbitraria (di lei) di interrompere la relazione, le -moralmente- crudeli e spietate modalità con cui la rottura venne portata a compimento al pari della brutale sopraffazione -fisica- di cui la famiglia del romanzo cade vittima.
Ciò che colpisce da subito l’occhio di chi si sofferma a guardare è l’immagine ad alta definizione costruita per la locandina. Probabilmente concepita con l’intenzione di tradurre, anche su carta, l’universo estetizzante in cui si muove da sempre lo stilista e adesso regista (alla sua seconda prova dietro la mdp) Tom Ford, la locandina, nel lavorare sulle differenti gradazioni di nitidezza dell’immagine, si rivela funzionale alla storia narrata nella pellicola, capace di esprimere i diversi piani narrativi su cui questa viene strutturata, evidenziandone i punti cardini di contatto. Pare essere fatta della consistenza del cristallo per quanto è lucida e trasparente (anche nelle sue opacità) al punto da invitare implicitamente a specchiarvisi dentro, suggerendo la reale possibilità di riuscire a vedervi riflessa la propria immagine. Come per comunicare allo spettatore che il film che sta per visionare lo riguarderà da vicino, che non potrà non ritrovare nella storia di Susan qualcosa di se stesso (del resto, la stessa Susan ritroverà qualcosa -un sentimento- che un giorno decise di smettere di provare, lasciandoselo definitivamente alle spalle). Che quello che viene narrato è limpido e senza ombre, e che l’alternanza di contorni sfumati ad altri ben definiti non deve essere inteso quale ostacolo alla comprensione dell’intera vicenda raccontata, bensì esattamente il contrario. L’immagine contiene due figure umane differenti e distanti per genere, dimensioni, tratto grafico, cromatismi. Eppure, per come vengono sovrapposte, per l’impossibilità di scindere l’una dall’altra, di isolare i rispettivi elementi dalla composizione a incastro, appare evidente che condividano qualcosa che l’occhio da solo non può decifrare. Soltanto conoscendo la storia riusciremo capire il legame che intercorre tra loro. Il volto della donna, sfocato ai lati ma definito al centro, così da fissarne/esaltarne l’espressione turbata e insieme assorta, pare comunicare quanto qualcosa (la lettura del romanzo) l’abbia scossa al punto da condurla ad un’attenta introspezione, risvegliandola dal quel torpore spento di cui è fatta la sua attuale esistenza di pura apparenza. Finirà per prendere coscienza di sé, ammettere la sua condizione di persona infelice, incompleta, nonostante si muova all’interno di contesti extralusso capaci, in teoria, di appagare e placare le turbolenze dell’animo e che invece, nel suo caso, divengono l’estensione del proprio gelo esistenziale. Susan farà chiarezza in quel passato oramai dimenticato e liquidato troppo in fretta ma che, a ben guardare, rappresenta una profonda ferita ancora sanguinante. Dal manifesto ci accorgiamo che la presa di coscienza della donna -graficamente resa da una spiccata nitidezza della parte centrale del volto- si ‘colloca’ all’interno della sagoma di un uomo, sovraimpressa alla sua espressione facciale. È il protagonista del romanzo, colui che con la sua tragica avventura spalanca le porte della memoria di lei su quel passato -nodo nevralgico della propria esistenza- che, se non maltrattato come al contrario ha fatto, forse, le avrebbe reso un presente emotivamente migliore. Il tratto con cui viene disegnato l’uomo è volutamente abbozzato, è solo un’ombra nera che si staglia sulla sua faccia -sulla sua coscienza-; in fondo appartiene alla dimensione sfumata tipica del sogno, delle storie raccontate, dei ricordi, ma il viso, seppur non perfettamente in vista, riprende precisi lineamenti cui Susan darà definitivamente un volto (triste, provato dalla vita, sconfitto): quello dell’ex marito. Tuttavia costui, a conferma di quanto incida su di lei il personaggio di finzione che lo caratterizza e la storia che si trascina dietro, lascia sulla carta un’impronta pesante rispetto alla consistenza più evanescente della donna (data la sua vita senza sostanza, in continua lenta dissolvenza), nonostante il film ce la presenti nelle fattezze di una persona reale, di materica concretezza. Ma puntuale, la locandina, mostrandoci i bordi in basso sgualciti e lacerati, come le tormentate pagine di un libro a lungo maneggiato, ci ricorda che alla fine trattasi di un film, di una storia di immaginazione che contiene al suo interno un’altrettanto storia di immaginazione. In essa, il piano della realtà (di quello che ci viene detto corrispondente alla realtà, in cui è calata Susan) e il piano della finzione inerente al romanzo sembrano uscire dai propri rispettivi binari, l’uno a invadere la dimensione dell’altro spazzando via il labile confine che li separa. Perciò le due figure sono così strettamente vincolate, compenetrate e fuse al punto da risultare un grande corpo unico depositario di un’amara, dolente verità che adesso, anche noi dall’esterno, siamo in grado di leggere in maniera cristallina.
Antonella Liguori

Per saperne di più sul film, potete leggere la recensione completa sul sito di Silenzio In Sala con il quale collaboriamo cliccando la scheda completa sottostante: