Anno d’uscita: 2005
Regia: Neil Marshall
Sei amiche si riuniscono periodicamente per dedicarsi alla pratica degli sport estremi e ad avventurose escursioni nell’incontaminata natura, lontano dal quotidiano inferno metropolitano. Ma in quest’ultima avventura, che le vedrà immergersi nell’oscurità perenne di un intricato tunnel di grotte sotterranee, di cui innumerevoli segmenti risultano ancora inesplorati, incontreranno un altro tipo d’inferno: primitivo, selvaggio e letteralmente sanguinario che impone, a chi vi s’inabissa, la regressione ad uno stadio primordiale, ferino. Condizione necessaria per combattere, ad armi pari, un nemico oscuro e strisciante, incontrastato signore degli anfratti cavernosi, furente ed affamato, avvezzo a dilaniare qualsiasi essere vivente graviti nel suo raggio d’azione per poi tranquillamente cibarsene. La locandina, la migliore per efficacia comunicativa tra le varie versioni proposte all’attenzione del pubblico, si focalizza sul fulcro del racconto riuscendo ad esprimere in un’unica, suggestiva istantanea il senso profondo del film.  Assolutamente geniale è il rimando dichiarato all’eccentricità del pensiero surrealista di Salvador Dalì, il quale nel 1951, nello studio newyorkese del fotografo Philippe Halsman, partorì lo storico scatto  In Voluptas Mors.In avanti e a margine della foto un ritratto dell’artista (appare nell’istantanea perché egli, come dichiara, è l’incarnazione stessa del surrealismo e, quindi, soggetto inscindibile dalla propria arte: “La differenza tra me e i surrealisti è che io sono Surrealista”) e più all’interno, sulla destra, la sua intuizione: un tableau vivant realizzato con i corpi di sette donne nude a formare un teschio, concretizzando, coerentemente al proprio stile rivoluzionario anticonvenzionale e perfino oltraggioso, l’antica ed eterna dialettica tra eros e thanatos. Affinché restituisse in una nuova forma, di forte impatto visivo ed emozionale, la percezione di una sensualità umana feconda e terrena, tanto attraente quanto caduca, effimera rispetto all’altrettanto terrena, ma perenne nella sua inamovibilità, condizione della morte, che interessa parimenti ogni essere vivente, uomo compreso. L’istantanea è stata fonte d’ispirazione per molti projects designs contemporanei, da una recente (indovinata) campagna contro l’Aids alla stampa promozionale di un brano della rock band statunitense Queens of the Stone Age, passando per operazioni di body painting improntate a celebrare la carica evocativa e simbolica conservata dal teschio nel corso dei secoli.
Ma se nella maggior parte dei casi l’ispirazione risulta fine a se stessa, soprattutto quando non oltrepassa i confini della rivisitazione estetica, con la locandina per The Descent il riferimento all’opera surrealista è intelligentemente rimasticato e rielaborato perché possa vestirsi di un nuovo, peculiare significato, in linea con la tendenza da parte del genere horror (cui il film appartiene) di deformare/trasfigurare, secondo i suoi canoni, la realtà per poter meglio leggerla ed interpretarla, magari per imparare a convivere con l’orrore insito in essa e, qualche volta, perfino esorcizzarlo. Osservando la locandina si può notare quanto l’istantanea, così nella struttura come nel concetto base (dei corpi avvinghiati nell’inesorabile stretta della morte), sia pressoché identica alla foto del ’51; è nel riempire questa struttura che i due lavori finiscono per presentare delle nette distinzioni. Le sei figure sono vestite. Con abiti appropriati alla circostanza del caso. Un vestiario pratico, sportivo, adatto a quelle attività dove il fisico è altamente sollecitato. Abbigliamento che non ci impedisce di riconoscere il sesso di appartenenza di questi corpi, i quali, più che emanare carica erotica (per quanto forieri di un’indubbia sensualità), trasmettono un senso di lancinante fatica: li percepiamo tesi nello sforzo strenuo di rimanere avviluppati, come se spinti dalla convinzione che solo restando uniti e sopportare insieme le avversità della situazione è possibile intravedere una possibilità di salvezza nell’inferno inesorabile in cui sono sprofondati. La scultura umana, così come realizzata, esprime la continuità nel tempo di quella che è una prova di resistenza fisica (e psicologica) ad oltranza, sospesa tra la vita e la morte, tra il buio del nulla (intorno alle donne) e la luce del tutto (ad investirle in pieno). L’urlo della donna, sottolinea, in modo incisivo, l’impresa estrema in cui le sei sono coinvolte, nonché la disperazione nella quale versano. Sembra quasi che costei concentri sul volto deformato dalla terrificante e stremante esperienza in atto le emozioni provate rispettivamente da ognuna delle componenti del gruppo, le quali, al contrario, non mostrano, se non di sfuggita (almeno per tre di loro) il proprio viso, come se quel vivere in simbiosi durante le fughe condivise dalla civiltà le avesse rese parte di un unico organismo la cui testa (o la mente) è rappresentata dalla donna urlante che si erge sulle altre, l’unica che riusciamo a guardare in faccia. L’unica che presenta delle sostanziali differenze con le altre cinque. Lo sforzo fisico di quest’ultime pare mantenuto nel silenzio e così l’imperturbabilità dei volti (solo accennati) insieme alla fissità dei corpi sotto tensione, come a voler indicare che nella più importante sfida alla sorte mai affrontata, tradotta nella volontà di districarsi da quella insidiosa coltre nero pece per tentare di raggiungere la luce, che vuol dire salvezza, alcune hanno ceduto (quelle al centro), cadendo in uno stato d’inerzia irreversibile -la testa chinata in avanti ne è un evidente segno- e, di lì a poco, anche le altre (ai lati e alla base) andranno incontro, ineluttabilmente, alla medesima fine. Deduzione resa fondata dalle presenze artiglianti fuse e confuse nell’oscurità circostante (ai bordi dell’immagine) che, simili a lingue d’inchiostro, hanno allungano le loro ombre viscose su di esse (sulle braccia della donna a sinistra e sugli scarponcini di quella alla base) col fine ultimo di trattenerle a sé. Ed assembrarle, poi, ai fantasmi di altri sventurati precedentemente scomparsi che riecheggiano tra le granitiche pieghe di una notte senza fine, prede di una dannazione che sa di eternità. Colei che mostra evidenti segni di vita è la donna urlante (proprio perché colta nell’atto di urlare), la quale, supportata dal sacrificio delle compagne, sembra trovare in esse, nel loro rimanere saldamente ancorate le une alle altre, un solido appiglio da scalare -a mò di parete rocciosa- affinché riesca (almeno lei) a tirarsi fuori da quel buco senza fondo in cui è precipitata.
La posizione della donna sovrastante le altre lascia pensare che disponga di buone opportunità per affiorare del tutto in superficie. Sosta in bilico sul baratro, le braccia poggiate su quelle delle compagne immobili, mentre l’urlo atterrito e disperato può facilmente tramutarsi in un grido di libertà e farsi, al tempo stesso, fisiologica necessità di spalancare la bocca per incamerare tutta l’aria (fresca) che tornerà a respirare a breve, una volta abbandonati i claustrofobici budelli sotterranei. Eppure qualcosa non torna: è l’unica a voltare le spalle alla luce, rifuggendo quel campo di forza luminoso che pare nascere ed irradiarsi proprio dai corpi avvinti. Come se la precaria stasi fisica in cui si trova facesse da contraltare ad una guerra altrettanto cruenta che la sta consumando dentro (e l’urlo anche stavolta ben traduce questo stato d’animo) e che riguarda la successiva, irreversibile, decisione da prendere: direzionare ulteriormente lo slancio in salita o rituffarsi nell’abbraccio tramortente e confortante delle tenebre? Perché il buio, in quelle grotte assassine da cui attinge perpetuo nutrimento, è solo una sbiadita proiezione di quello ancor più terrificante che alberga in terra, che vive con noi, che è parte integrante delle nostre travagliate esistenze. Sono le gravi, incolmabili perdite che ci colpiscono, che succhiano l’energia vitale lasciandoci agonizzanti. E rimanere -e soccombere- in quell’oscurità speculare, vittime designate di creature mostruose (ugualmente) fameliche è, forse, più sopportabile dell’affrontare i demoni che, nella realtà quotidiana, ci dilaniano dentro senza conoscere tregua e nemmeno pietà.
Antonella Liguori