Anno d’uscita: 1980
Regia: Paul Schrader 
Anno 1980. Non è un caso se il titolo impresso sulla locandina è stato realizzato utilizzando un carattere che simula la scrittura in corsivo: in questo modo finiamo per associarlo ad una firma autografa in grado di fornirci, nella sua essenzialità, l’identità della persona cui si riferisce, confermando a chi legge, complice l’inchiostro rosso utilizzato (che sta per passione erotica, sessuale), che l’american gigolo del titolo è proprio l’uomo dal bell’aspetto che campeggia sul manifesto. Julian Kay è, di fatto, l’accompagnatore più quotato della ricca Beverly Hills, tutta sole, oceano, ristoranti esclusivi, alberghi di lusso e ville private da sogno. E, naturalmente, abiti da capogiro, soprattutto maschili, soprattutto quelli indossati dal fascinoso protagonista. La pellicola sancì il sodalizio, ancora oggi in atto, tra lo stilista italiano Giorgio Armani ed il mondo della settima arte. Grazie alle sue creazioni d’alta sartoria, l’eleganza maschile al cinema subì una grossa rivoluzione, conferendo ai costumi dei signori uomini una plasticità fino ad allora mai riscontrata. E fu proprio da un bozzetto dell’apprezzatissimo ‘Re Giorgio’ che prese forma la locandina del film come noi l’abbiamo conosciuta e ancora l’ammiriamo, non potendo fare a meno di constatare quanto essa resista alla prova del tempo, quanto gli abiti indossati da un Richard Gere nel pieno della forma, rendano l’attore la perfetta incarnazione del maschio moderno che non rinuncia ad uno stile classico seppure aperto alla scioltezza casual del mondo contemporaneo.


Osservando le linee essenziali del vestito calzato come un guanto dal rampante gigolo, il tessuto leggero della camicia bene in vista sotto la giacca lasciata sbottonata (quella giacca-icona che gli addetti ai lavori definiscono “destrutturata” perché morbida, capace di assecondare i movimenti di chi la indossa) possiamo cogliere la sensualità conturbante di un corpo giovane, prestante, flessuoso e, al contempo, siamo in grado di leggerne la personalità racchiusa all’interno: temperamento ecclettico che non ha paura di osare e di sperimentare (per esempio, l’abbinamento tra la formale camicia a righe strette e la cravatta -rossa- a quadrettini, tra quelle meno informali), presenza disinvolta, comunicativa, duttile nei confronti della sua variegata clientela; uomo sicuro di sé (una mano in tasca e nell’altra, tra le dita, una sigaretta accesa, elemento, quest’ultimo, che l’odierno salutismo e la correttezza imperanti marchierebbero con la censura), dai gusti raffinati, interprete di un’eleganza lungi dalla rigidità formale, sobria e mai vistosa, la quale, in linea col suo mestiere di gaudente quanto riservato intrattenitore femminile sotto le lenzuola e non, riesce a mettere a proprio agio l’interlocutore (l’interlocutrice), abbattendo le distanze, prendendolo per mano, rassicurandolo lungo il tempo dell’intima compagnia notturna. Allontanandolo con sapiente padronanza della situazione, da occhi potenzialmente indiscreti come da eventuali spiacevoli pettegolezzi all’interno di un jet set sempiternamente ciarliero. Ad evidenziarne l’impeccabile savoir-faire e, prima di tutto, a tradurne il modus vivendi è lo spazio in cui Julian si muove leggiadro: attraversa, con la sicurezza di chi conosce la strada che sta percorrendo, un ambiente chiuso reso necessariamente impersonale (in coerenza con i dettami imposti dal mestiere del gigolo) dalle minimaliste geometrie hi-tech che lo abitano. E la tinta blu ardesia, facendo da sfondo e accompagnandolo nel suo incedere felpato (perché di lui e del suo passaggio nelle vite degli altri non resti traccia alcuna), ben ne sottolinea il carattere vellutato, rilassante, da sospensione degli affanni. Nell’attraversare quello spazio, una tapparella tirata proietta addosso al gigolo la sua ombra preservandolo dalla luce diretta che, altrimenti, lo colpirebbe in pieno, assicurandogli così quello stato di semi oscurità ideale per condurre tranquillamente il proprio business redditizio. Non compromettendo, altresì,l’atmosfera di un interno finalizzato al comfort e al raccoglimento, in grado di spezzare la continuità fisica e mentale con il mondo esterno. La figura in movimento nella penombra, oltre ad esprimere la cura e l’attenzione per la privacy, mette in risalto la natura evanescente del suo essere puro oggetto del desiderio, fantasia erotica prima da afferrare e poi da lasciare andare, affinché prosegua indisturbata il suo cammino, affinché non alteri irrimediabilmente lo stato delle cose, affinché non ne scalfisca la facciata. Tuttavia, proprio lo sfondo blu ardesia (simbolo di serenità ma anche traduzione cromatica di una condizione emotiva triste, melanconica), la curva imboccata a deviarne il percorso rivelando la presenza di quel fascio luminoso, la posizione della testa rivolta verso l’abbaglio di luce che, stagliato all’altezza degli occhi, ne rapisce immediatamente lo sguardo, le labbra dischiuse come per esprimere una condizione di stupore misto a sopraggiunto interesse innanzi a quella folgore improvvisa che sa di “illuminazione”, di disvelamento di una (della sua) realtà posticcia, fatta di vanità, falsi idoli e piaceri effimeri, caricano di significato l’istantanea, suggerendo un cambiamento di rotta nella condotta libertina dell’uomo. Che lo costringe a rallentare l’andatura spedita, a modificarne il passo per soffermarsi in direzione di quella fonte luminosa a lungo rifuggita e che adesso, invece, rimanendone attratto, non può fare a meno di guardare. Una svolta inaspettata che pare contenere tutte le stimmate di una catarsi, di una (dolente) redenzione salvifica arrivata dopo una fin troppo prolungata sosta nell’oscurità degli inferi.
Antonella Liguori