Fotografia di Giulia Carbonero

Abbiamo il piacere di ospitare su Art Over Covers una delle band più longeve della scena metal italiana. Stiamo parlando dei Node e di tre loro album, le cui copertine e artwork ci sono stati raccontati dal chitarrista e fondatore Gary d’Eramo, in una piacevole chiacchierata in sede redazionale. Uno Speciale interamente dedicato a uno dei gruppi più autentici che ha percorso due decenni, collegando sapientemente musica le negatività della storia in contrasto con l’anima e la purezza dell’essere uomo. Ricerche peculiari di fatti del passato correlate con gli accadimenti attuali. I tre dischi che verranno analizzati si fondono insieme in un unico concept, pilotato alla base da sentimenti di repulsione al perverso progresso del mondo odierno.

Luogo e anno di formazione: Italia, 1994
Sito web: http://www.node.it
Il nome Node è inteso in senso metaforico come il “nodo” che collega. Con il progresso informatico, è come se fosse il dispositivo hardware in grado di comunicare e di collegarsi con tutti gli altri connessi nella rete. Un oggetto che permette un flusso di trasmissione che va dall’interno all’esterno e viceversa.

Il 2002 è l’anno di uscita di “Sweatshops”, secondo lavoro in studio che si stacca dal primo di esordio “Technical Crime” per una maggiore attenzione alle melodie nelle canzoni. La scelta musicale più “ammorbidita” non smussa però il tagliente messaggio dei testi musicali e dell’immagine della cover. Ci troviamo dinanzi a un agglomerato non definito, un calderone sospeso e magnetico nel quale sembra essersi attaccato tutto il marciume dello sfruttamento psicologico e fisico sui più deboli. La perdita della libertà individuale che aliena masse di persone soggiogate dall’esca del denaro e del lavoro. La creazione digitale è opera di Carlos Holmberg conosciuto oltre che per i suoi lavori, per essere stato il tastierista dei Soilwork. L’opera è stata subito rivelatoria per i musicisti come emblema del loro album. In essa si possono contraddistinguere delle irregolari masse bituminose e catramose (come il negativo filtrato che si ammassa), due manometri, una maschera anti-gas e dei fili elettrici che fuoriescono, il tutto sormontato da fulmini e elettricità in corto circuito. L’ammasso di scorie sembra sotto pressione e che stia per esplodere per concludere in due diversi finali interpretativi: la chiave di lettura della bomba che sta per deflagrare lasciando il nulla e riportando tutto alla primordialità di partenza, o lo scoppio che libererà il pianeta dalla maligna morsa dello schiavismo consumistico. Un astratto digitale che quindi concretizza in chiave visuale l’invisibile e tossico nemico dell’individuo indipendente che forse riuscirà ad essere sconfitto ma che porterà in ogni caso a una faticosa rinascita, scrollandosi di dosso una montagna di cenere.


“Das Kapital” esce due anni dopo; è un concept album focalizzato su alcuni dei principali eventi della prima metà del XX secolo, contenente un’interpretazione dell’ascesa del totalitarismo nazifascista in Europa e dello stalinismo sovietico. “Das Kapital” si sposta in un periodo cronologico precedente a quello di “Sweatshops”. Il titolo riprende quello originale della famosa opera letteraria di Carl Marx. Il capitalismo che porta con sé i batteri della sua stessa rovina e l’inevitabile rivoluzione proletaria che creerà una società senza classi e senza distinzioni sociali, finalmente libera dallo sfruttamento e dal bisogno. Il volume puntava proprio il dito sui principi e l’organizzazione della società borghese. Secondo il pensiero marxista non possono esistere leggi universali che possano dirigere l’economia mondiale, ma ogni società ha un proprio ordine e formazione distinti. In opposizione alla borghesia viene proprio rappresentato nell’immagine della cover un uomo seduto su una sedia, che indossa vestiti semplici ed economici: una canotta bianca e una salopette. Esteticamente richiama molto la figura del redneck americano. Il termine redneck è un nomignolo a sfondo razzista che indica gli abitanti degli Stati Uniti meridionali. Il nome deriva dall’arrossamento della parte posteriore del collo, dovuta alla scottatura per la lunga esposizione al sole durante il lavoro nei campi. Il redneck è lo stereotipo del contadino: povero, rozzo e soprattutto ignorante. La figura del classico zoticone che rimane agli antipodi della società benestante e dominatrice nel periodo storico e sociale agli inizi del 1900. L’artwork è un’opera di Lasse Hoile, noto artista danese che ha lavorato anche con i famosi Porcupine Tree. La composizione raffigura proprio suo padre. L’immagine originale rappresentava l’uomo imbracciare il fucile e lo si trova in quarta di copertina. Aprendo il booklet notiamo che la canna dell’arma si allunga fino ad arrivare a mirare la bocca dello stesso personaggio. Puntando a sé stesso si vuole trasmettere il significato che l’uomo fa parte della società che ha distrutto il proprio “io”. Il fatto che sia seduto su una sedia sta a significare che si è sempre spettatori degli avvenimenti fino a che non si viene coinvolti in prima persona. Russia e America così lontane ma accomunate in un unico anno: Stalin diventerà dittatore nel 1929 mentre nel continente americano ci sarà il crollo di Wall Street che porterà alla grande depressione. La classe contadina sarà quella che subirà le maggiori terribili conseguenze.


Arriviamo ai giorni nostri con ”Cowards Empire”, ultimo full-lenght del gruppo. Collegato a “Das Kapital” arrivando alla età contemporanea, quello che rimane sono solo macerie. L’album inizia con la frase “I looked at the future […] here everything is dead. […] only the awareness of being remains”. Ci immaginiamo una scenografia preistorica come nel film “2001 Odissea nello Spazio”. Si è tornati allo sfondo dell’origine della Terra. Il disegno è opera di Seldon Hunt, le cui opere sono composte da una Pop Art dissacrante, che sgretola e mostra le viscere dei soggetti di cultura di massa. Al centro della copertina c’è il viso di un uomo, rosso come il sangue. La pelle per metà marcita è stata una scelta artistica avvenuta in un secondo momento, per meglio definire il crollo e la decomposizione della nostra parte professionale. La parte destra del corpo in psicologia simboleggia il lavoro, mentre la sinistra gli affetti. L’altra metà del viso rimasta intatta, lascia quindi la speranza per far rinascere la nostra consapevolezza emotiva e ridare una chance almeno ai sentimenti. La benda è un medicamento che impedisce di guardare dinanzi ai nostri occhi, siamo rimasti ciechi di fronte al crollo delle certezze ma ci si può liberare della fasciatura per tornare finalmente a guardare e a reagire. Non si legge, non c’è informazione e tantomeno un’interfacciarsi diretto, come accade all’interno dei social network. Il significato simbolico è d’accecamento. Temi, dea della giustizia, ha gli occhi bendati per indicare che non favorisce nessuno e non conosce coloro che giudica. Coprendo gli occhi, inoltre si toglie il confronto e si ostacola un’elevazione culturale. Dietro la testa infatti sulla parte bianca c’è un documento con disegnati studi di anatomia umana. Il background in questione appartiene a Leonardo da Vinci, simbolo umano per eccellenza di conoscenza che perdura ancora nel tempo; tuttora uno dei personaggi più illustri della nostra storia. È come se stesse a significare che la conoscenza salverà il mondo ma ormai non se siamo più parte. Per il titolo del disco è stato utilizzato lo stesso font impresso sui dollari americani. Ciò si collega al boom economico consumistico conseguente alla guerra fredda.
Per saperne di più sul disco, potete leggere la recensione completa scritta da Stefano Mastronicola sul sito di Metal In Italy con il quale collaboriamo:  “Cowards Empire” – Node recensione album
Sara “Shifter” Pellucchi