Anno d’uscita: 2016
Regia: Edoardo De Angelis
Dasy e Viola, sorelle adolescenti del degradato hinterland napoletano, a pochi passi dal mare, sono cantanti neomelodiche particolarmente note alla popolazione locale per la loro peculiare caratteristica di essere gemelle siamesi nate attaccate per il bacino, condizione che agli occhi della gente le rende delle creature speciali, considerate alla stregua di amuleti portafortuna da toccare e venerare come la superstizione impone. E tra feste pubbliche e cerimonie private, mandano avanti l’intera famiglia. La loro esistenza scorre senza rilevanti intoppi nel mondo ovattato che i genitori hanno appositamente creato per loro, perché tutto resti come è sempre stato, fino a quando le ragazze non scopriranno, per un puro caso, di potersi dividere e conquistare l’agognata, sottaciuta, normalità. Come un fulmine a ciel sereno, quel velo che ottunde loro la vista si squarcia rivelando orizzonti d’infinite possibilità sfiorate sempre e soltanto con quella condizione d’animo svagata e distratta con cui si accarezzano fantasie che, in quanto tali, sappiamo irrealizzabili. La locandina ci mostra le due protagoniste mentre corrono come verso una meta non precisata, che l’immagine pare voglia lasciare fuori quadro. In verità, non v’è nessuna meta concreta da raggiungere. Lo sguardo delle ragazze, come perso nei propri pensieri invece di essere focalizzato su un punto reale innanzi a loro, lo esplicita. Quello che inseguono è un’idea, un sogno di libertà. La corsa è leggera, sembra quasi fluttuino nell’aria, sospese tra cielo e terra. Eppure è percepibile una certa pesantezza nel passo, una dolente gravità che non le lascia volare via del tutto, tenendole ancorate a quella realtà-zavorra da cui si stanno liberando. Che le ragazze si trovino sul lato destro dell’immagine (quando noi occidentali siamo abituati a leggere partendo da sinistra verso destra) decentrate e “tagliate” per poco dai bordi che delimitano l’inquadratura, sottolinea l’impulsività della loro scelta (di correre), improvvisa e spiazzante al punto da mandare in crisi il nucleo familiare cui fanno parte, frantumando quell’immobilismo annichilente che fino ad ora, per tutti, Dasy e Viola comprese, è stato garanzia di sopravvivenza. L’improvvisa urgenza di “andare” la fa assomigliare ad una fuga a perdifiato, che non contempla soste né ripensamenti, frutto dell’acquisita consapevolezza di voler lasciarsi alle spalle -quelle spalle non incluse totalmente nel quadro- il passato, il più presto possibile. Sono già proiettate in avanti, sicuramente con la testa (alta, pronte ad affrontare l’ignoto) ed il cuore; adesso bisogna fare il resto. Osservando i volti delle due sorelle notiamo che presentano espressioni differenti, diremmo contrastanti: sul viso di una, quella posta all’interno dell’immagine, si riscontra la fatica dell’atto, la concentrazione di arrivare alla meta (ideale) prefissata e insieme ad un velo di corrugata tristezza, forse tramutatasi in pianto, mentre l’altra, collocata esternamente, più vicina alla nostra ottica di spettatori, sorride, i lineamenti appaiono rilassati, è possibile leggerle dentro la consapevolezza di afferrare il sogno che entrambe rincorrono. Lo stesso dicasi per le braccia e le mani che, rientrando nell’inquadratura, sottolineano lo slancio della corsa, l’intenzione di spingersi oltre. Una mano sembra chiudersi in un pungo, il braccio piegato sporge in avanti, a testimoniare la tenacia di arrivare al traguardo, di non fermarsi nonostante il peso della corsa si faccia sentire, l’altra mano (dell’altra sorella) nascosta dalla manica lunga, è leggermente più aperta, insieme al braccio posto ad ala di farfalla, quasi a voler trasmettere la sensazione opposta, ovvero la levità del gesto, resa tale dal riuscire ad avvertire il sapore di quella libertà di cui, così a lungo, si sono inconsapevolmente private. Se non sapessimo che sono gemelle, potremmo pensare tranquillamente ad un’unica figura ritratta in due momenti emotivamente differenti: un prima, ancora compenetrato nella realtà che l’istantanea ritrae, ed un dopo, prossimo a venirne fuori. Anche le rispettive chiome sembrano rifletterne il duplice stato emotivo: dallo sforzo del tragitto alla serenità della meta i capelli prendono vita, prima costretti in un’acconciatura che ne limita il movimento, poi, finiscono per ondeggiare sciolti e scompigliati dal vento generato dalla corsa. Una corsa lambita dal mare, sullo sfondo, incontrastato simbolo di libertà, che riflette il colore azzurro di un cielo maestoso e sconfinato, entrambi elementi che rafforzano, in termini visivi, l’impresa ribelle, emancipante di Dasy e Viola. In netto contrasto con quel mondo chiuso ed opprimente in cui sono cresciute. I colori sono tenui e i riflessi del sole tra i capelli, sulle nuche, sulla schiena (solo in parte visibile), e lungo le gambe in corsa suggeriscono l’idea di volerne illuminare i passi, presagendo un happy end che resta, comunque, tutto da scoprire.
Antonella Liguori

Per saperne di più sul film, potete leggere la recensione completa sul sito di Silenzio In Sala con il quale collaboriamo cliccando l’immagine sottostante: