Anno d’uscita: 1915
Regia: David Wark Griffith
Grazie a David Wark Griffith il cinema diviene a tutti gli effetti arte. Nel 1915 il lungometraggio “The Birth of a Nation” è un’opera letteraria su pellicola. È probabilmente il primo film narrativo, un lungo spettacolo teatrale giocato su inquadrature innovative e un montaggio analitico. A far discutere dal 1915 in avanti però, più che le innovazioni tecniche e artistiche, sono i temi trattati nella pellicola. “The Birth of a Nation” racconta, nel particolare di una comunità del South Carolina, l’epoca della guerra civile americana. Il regista statunitense dà la sua visione di parte, elogiando il valore eroico del Ku Klux Klan contro una certa politica corrotta e incapace di capire i danni che le troppe libertà ai negri possono avere sulla società. La locandina originale del film non nasconde nulla degli intenti di Griffith. Impetuoso e solitario, come ogni eroe schierato dalla parte dei più deboli, un cavaliere incappucciato di bianco sprona alla battaglia cavalcando un destriero, anch’esso coperto con il colore della razza eletta. Sul petto e sul mantello del cavallo vediamo la croce cristiana, la stessa che brucia nella mano destra del protagonista. L’incappucciato chiama alla battaglia, facendo sollevare le zampe anteriori della bestia. L’immagine è evocativa e non lascia scapito a dubbi su chi siano i buoni e i cattivi del film. Non a caso all’altezza delle zampe posteriori del cavallo possiamo leggere “L’ardente croce del Ku Klux Klan”. Griffith si è già fatto un nome nella nascente Hollywood, anzi, è lui uno dei primi a investire nella fabbrica dei sogni di Los Angeles. Il suon nome, scritto poco più piccolo del titolo del film ne è la prova. Essendo un lungometraggio letterario, nella locandina si omaggia anche il libro da cui è tratta la sceneggiatura: “The Clansman” di Thomas Dixon, un romanzo storico inneggiante al Ku Klux Klan. Il film e la locandina lanciano un nuovo concetto di cinema, anche se ad anticipare Griffith sono, da Torino, D’Annunzio e Pastrone con “Cabiria”. Ciò che viene seminato in Piemonte sarà raccolto con molto più successo in California. L’opera di Griffith, a partire dalla locandina, subisce l’inevitabile accusa di razzismo, che porterà il regista a fare mea culpa con il successivo “Intolerance”. La settima arte è diventata adulta, anche per merito delle locandine.
Leonardo Marzorati