Anno d’uscita: 1993
Regia: Joel Schumacher
Il nostro piccolo mondo di lamiera ogni giorno trasporta la maggior parte di noi verso un altro luogo, fatto di cemento e grigie scrivanie. Si passa dall’essere seduti su un sedile all’occupare nuovamente una sedia con rotelle girevoli. Si passa dal fissare il traffico fuori dal vetro a guardare un computer. La posizione è la stessa. Il luogo cambia e gli occhi fissano dinanzi a sé qualcosa che non ci appartiene. Quante volte sarà capitato di trovarsi imbottigliati in un maledetto inferno fatto di automobilisti inebetiti, di gas di scarico tossici, di caldo torrido e voler solamente scappare da lì abbandonando tutto? L’ordinario schiavismo degli uomini comuni. In un surplus di routine schiacciante, nell’immaginario collettivo a tutti sarà tornata alla mente l’emblematica scena del film “Un Giorno Di Ordinaria Follia” recitato da un giovane Michael Douglas, nella quale lui abbandona il proprio mezzo, risucchiato nel traffico incurante delle ire degli altri automobilisti. Tabula rasa. L’insofferenza che prende il sopravvento creando un proprio black-out fatto solo di repulsione e fastidio. Si scappa il più lontano possibile dal problema innescando una reazione a catena di eventi che porteranno il protagonista a essere più solo e irrecuperabile. La storia di William è giunta al punto di non ritorno e così la sua lontananza e il suo isolamento sono perfettamente rappresentati dalla locandina della pellicola. Siamo ormai a film avanzato, e lui è ormai sul viale della conclusione nella sua spericolata fuga. La posizione eretta del protagonista è posta al centro della fotografia. Non c’è distrazione su altri personaggi, esiste solo lui. La sua persona è scissa in due metà: in una troviamo l’apparentemente indifeso e regolare impiegato che stringe nella mano la sua valigetta. Nella sua mano sinistra invece tiene un fucile. L’anima è ancora indecisa se far primeggiare una parte o l’altra. Il suo raggio di osservazione è rivolto verso il nostro ovest, dove il sole tramonta. Il riferimento è mirato alla giornata che sta volgendo al termine come la sua guerra contro la meschina realtà quotidiana. Non solo è collegata alla fine dell’orario lavorativo ma la macchinazione statica delle ore è in piena correlazione con la sua parte emotiva. Lui invece, dal suo punto cardinale forse mira e spera ancora in una nuova alba. Tutto intorno sembra che il caos della metropoli si sia fatto muto e silenzioso. Non c’è anima viva intorno alla sua figura. Gli occhi guardano indietro, forse interrogandosi su quello che succederà dopo. È tutto ovattato in un mondo proprio creato dalla sua mente, formata dai suoi ricordi e vicissitudini avverse che lo hanno lasciato abbandonato a sé stesso. Più in là non si può andare se non verso l’oblio. Il supporto su cui lui appoggia i piedi sembra un moderno Golgota; un rudere industriale pasticciato da atti vandalici che solleva l’uomo da terra. Come il Cristo, si ritrova più in alto, su un podio senza vittoria.
Sara “Shifter” Pellucchi