Anno d’uscita: 1981
Sito web: http://www.fabriziodeandre.it
L’album omonimo del cantautore genovese è da quasi tutti conosciuto con il nome improprio di “Indiano” o “L’album dell’indiano”, per via di una locandina celeberrima e per l’assenza di qualsiasi riferimento scritto. L’immagine è tratta da un dipinto a olio su tela del 1909 dell’illustratore statunitense Frederic Remington, uno degli artisti cantori del Far West tra il XIX e XX secolo. L’originale, titolato “The Outlier”, è un quadro verticale 40×27 pollici; la copertina del disco quindi “taglia” l’opera. L’immagine, in stile vagamente impressionista, corrente sdoganata anche oltreoceano a inizio novecento, ci mostra un nativo americano. È un indiano di cui l’autore non ha lasciato scritto nulla, quindi non sappiamo nemmeno con certezza la tribù di appartenenza. Cavalca quieto un cavallo bruno con una striatura bianca sul muso. L’uomo ha una penna in testa, lunghi capelli e tiene tra le mani un fucile. Dietro di lui un sole al tramonto o forse all’alba. L’indiano è talmente impersonale da essere un simbolo più che una persona. È il simbolo di un’epopea destinata a sparire. Nel primo decennio del XX secolo, l’espandersi delle ferrovie e gli ultimi accordi tra tribù pellerossa e governo di Washington ponevano definitivamente la parola “fine” al mondo delle nazioni indiane. Il nativo di Remington è l’emblema malinconico di uno sconfitto. E chi più di ogni altro, dai lontani vicoli genovesi, ha saputo raccontare gli sconfitti meglio di De André? L’album omonimo arriva dopo il suo rapimento in Sardegna, in una fase di rinascita personale e artistica, grazie anche al prezioso contributo del cantautore e amico Massimo Bubola. Proprio quest’ultimo collabora ai testi delle canzoni presenti nell’album. De André nel 1981 torna con un capolavoro che mescola i sogni e le tragedie degli indiani d’America con i quattro mesi di prigionia che lui e la compagna Dori Ghezzi subirono. L’indiano è un De André che, pur avendo perso la guerra, non abbandona la sua arma e prosegue la sua cavalcata tra i verdi pascoli.
Leonardo Marzorati