Anno d’uscita: 1914
Regia: Giovanni Pastrone
Il primo kolossal del cinema italiano, quello che ha in Torino la sua unica capitale indiscussa, è “Cabiria”, capolavoro sceneggiato da Gabriele D’Annunzio e diretto da Giovanni Pastrone. Costato un milione di lire-oro dell’epoca e lungo più di tre ore, la pellicola diventa nel giro di un paio di anni, i tempi di esportazione del suo tempo, un modello per i principali studi cinematografici di tutto il mondo. Per ogni mercato vengono studiati diversi manifesti. Nel 1914 scoppia la Grande Guerra e termina la Belle Epoque; la locandina italiana ha l’enfasi del conflitto (D’Annunzio fu il leader degli interventisti), ma in uno stile che è figlio del positivismo tra ottocento e novecento. Sia in quella italiana, che in quella per il mercato anglosassone, al centro della scena c’è il tentativo di sacrificio umano della giovane protagonista davanti alla statua del dio Moloch. Nella prima locandina il sacerdote sta per immolare la bimba alle fiamme interne al ventre del colosso, mentre la popolazione cartaginese segue la scena, di spalle e ferma immobile come un esercito. È notte e i colori sono cupi, le fiaccole di alcuni presenti e l’oro dell’enorme statua danno i bagliori che rendono visibilmente accessibile il sacrificio. In basso, a caratteri cubitali, leggiamo il nome di colui che si impegnò su tutti i fronti (specie quello economico) per realizzare l’opera, il titolo del film e la casa di produzione. È la Itala Film di Torino, che negli anni dieci portò l’Italia a essere all’avanguardia nella settima arte. I tratti bui della locandina italiana diventano spettacolari in quella anglosassone. Siamo nel 1915. Il Regno Unito è già in guerra e negli Stati Uniti si discute se intervenire o meno. “Cabiria” lo si presenta non come un melodramma interno alla seconda Guerra Punica, ma come una leggenda mitologica con qualche riferimento storico. La scena è la stessa, ma già dal titolo in alto si capisce che si vuole presentare il prodotto in chiave diversa. La presenza del rosso in molti dettagli dell’immagine, soprattutto le fiamme che escono dal forno interno alla statua, dicono allo spettatore che sarà una tragedia di un passato lontano e quasi mitico. I simboli magici in rilievo sulle pareti del tempio ci portano in un ambiente mistico, con ballerini danzanti e altre giovani vittime sacrificali in mano ai sacerdoti. È il capolavoro di D’Annunzio, scrittore amato in Europa e in America, sia per sua la prosa decadente, sia per la sua poesia. Tutto ruota attorno alle scenografie, vera eccellenza del film, che saranno fonte di ispirazione per maestri come David Wark Griffith, Sergej Ejsenstejn, Fritz Lang e Cecil B. DeMille. Se la prima immagine può ricordare la copertina di un libro di genere, la seconda è chiaramente più teatrale e spettacolare, in linea con lo stile anglosassone. È quasi un invito a un’opera lirica, di quelle che i musicisti italiani portano in scena nei teatri inglesi e americani.
Leonardo Marzorati