Un segno dei tempi

Già dal coro tribale nella parte iniziale di “Hypnotique”, Bob ci fa ben sperare in un ritorno di fiamma, un ravvivarsi del calore e della patina folk dei primi tre album. In parte è vero, in parte è “solo” un altro piccolo passo evolutivo della sua musica, un segno dei tempi. Tempi che cambiano – siamo un anno dentro gli 80’s – che a tutta velocità arriveranno fino ad “Obsession”, capolavoro elettrico di Bob James del 1986. Ho sempre percepito la sua musica come “musica per esterni” e qui questa visione si palesa ancor più vivida, rimandando e proiettando l’atmosfera nella copertina, fotografata da Bill King; fotografo invero specializzato, almeno in ambito discografico, nell’immortalare esseri umani, sia a campo stretto come Cher in “Stars”, sia in collettiva come gli Isley Brothers in “Showdown”. “Sign of a Time” – con ancora l’art designer Paula Scher – si presenta in copertina con elementi e geometrie che sono e saranno parte dei lavori di King, come frutto di una forte personalità artistica e concettuale; “Sign of a Time” è, né più né meno, la sovrapposizione di ben tre copertine a cui King ha lavorato: la strada che percorre la diagonale è la medesima di quella disegnata in “Headin’ Home” di Jimmy Owens (1978), il pianoforte si posiziona come la barca di “Stomu Yamashta’ Go Too” (1977) e il cartello giallo richiama la forma geometrica dei quattro volti delle Sister Sledge, in un disco dell’anno precedente, “Love Somebody Today”. Se questo sia o meno una scelta consapevole non ci è dato di sapere, ma quel che conta è che è un fatto, come un fatto è che il punto di domanda nel cartello rivela un aspetto interessante: nel gatefold infatti, dove Bob James viene ritratto dallo stesso King in posizioni varie, simpatiche ed improbabili, i sei piccoli cartelli ci spiegano che durante la mutazione da punto di domanda a punto esclamativo, il segno diviene un 9!

Bob James 9
Radiografia di un pianista: “Hands Down”

Bob James Hands Down
“Hands Down” è un disco velatamente e insolitamente oscuro, duro e notturno. Del resto, non solo il comparto grafico ma pur i titoli dei brani aiutano ad incorniciare un quadro brumoso e mistico. Janus, il dio che guarda il passato ed il futuro, è un brano posto nel mezzo della tracklist per vedere l’inizio e la fine del disco, come pur vede indietro “Sign of a Time” (appunto) e la conclusione dei numeri di Bob James: manca solo “Foxie” (1983) e 12 (1984). “Macumba” non ha bisogno di spiegazione ed il termine voodoo richiama immediatamente “Take Me to the Mardi Grass” – il capolavoro presente in “Two” (1975) – come legame indissolubile con la Lousiana che fu terra di jazz originario. Decimo album del 1982, come dieci sono le dita ossute, radiografate in copertina. Pure l’interno si costella di radiografie di arti umani, come se ci fosse bisogno di scavare a fondo per trovare l’anima musicale, seppure macabra e angosciante – nei limiti della musica di Bob James – chiamandosi fuori dall’estetica classica del pianista, come di qualsiasi album jazz del periodo.

Foxie’s feet

Foxie’s feet.
Tutta un’altra solfa “Foxie”. Non mani scheletriche, ma piedi celestiali in scalda-muscoli. Bob James approva con occhio languido reggendo il tallone della bellissima Patricia Tracy con l’indice, divertito e biricchino, come se quei piedi fossero un idolo; piedi che danzano ad una musica imprevedibilmente disco, scatenata, troppo per James, che fin qui aveva abituato l’ascoltatore ad un funk jazz soft e raffinato. Ma “Zebra Ma”n è un pezzo irresistibile e finalmente si può ballare; anche solo per un album nella sua discografia, si può ballare. Se un numero c’è e verosimilmente ci deve essere – manca ancora “12” – è del tutto una mia teoria, non una sicurezza; di fatto questo è l’unico caso discografico dove si può solo ipotizzare. Facciamo quindi finta che l’11 siano le gambe atletiche e brune della Tracy oppure, in alternativa, siano la somma delle dieci dita dei suddetti piedi, addizionando l’uno che è l’indice di Bob che li sorregge. Che a pensarci, per un album insolito è plausibile una doppia soluzione, due possibilità di scelta. Ma nella realtà, la più plausibile è la terza: il piede destro sobbalza la lettera M di James, quindi l’undicesima lettera dell’alfabeto. Cheers! Che poi, per dirla tutta, la verità è che l’ultima mi è arrivata ora mentre scrivo, e le altre due ipotesi mi piace tenerle per puntare il dito sulla complessità di questa estetica, di questo gioco di scoperta bellissimo. Un bravo ed amico studioso cinematografico, Alberto Libera, mi ha fatto notare che gli arti dei due formano il simbolo dell’infinito! L’infinita grandezza di Bob James!
Fine.
bob james 12Come detto più volte in questo articolo, manca “12”, l’ultimo baluardo numerico, ma ho preferito lasciare alla contemplazione dell’infinità dei numeri in copertina, come gli addii che non hanno bisogno di troppe parole; ma di numeri, molti numeri.
Alberto Massaccesi