“Caccia al numero”: The American Trilogy + Lucky Seven
Nella seconda parte dello speciale dedicato all’estetica visiva di Bob James, parlerò dei suoi primi lavori da solista che non hanno un titolo numerico (ma saranno presenti eccome i numeri), ovvero: “Heads”, “Touchdown” e “H”. Album, che chiamerò “trilogia dei simboli americani”, per il contenuto simbolico-popolare nelle loro grafiche, indelebilmente legato all’immaginario d’oltre oceano. Mi toccherà trattare Lucky Seven dopo i suddetti dischi, spezzando la cronologia, per far più chiarezza in quell’immensa discografia. A tutti gli effetti ci si arrenderà all’evidente lavoro concettuale come vera e propria stoicità dell’idea. Seppur possa sembrare di poco conto, si rivela invero un astuto espediente estetico, più che “semplici” trucchi; i numeri.

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Il Buffalo Nickel o Indian Head Nickel, stampato dal 1913 al 1938, fu ideato da James Earle Frase, scultore del Minnesota, e copre quasi interamente il fronte e il retro di “Heads”, quinto album solista di Bob James uscito nel 1977. La stessa moneta che viene trovata dai due fidanzati, Patrick Swayze e Demi Moore, nella casa nuova in Ghost di Jerry Zucker. Moneta che tra le altre cose, incarna un forte spirito americano, conquistatore e prevaricatore di una cultura, quella degli Indiani d’America, che si è vista arginata nelle riserve e nel tondo di una moneta; oggi, a seconda della conservazione e dall’anno di stampa, quel soldo può valere da una discreta ad una consistente somma di denaro. Come detto nella prima parte dello speciale, “Heads” è il primo album solista di James che non contiene un numero nel titolo ma, mantenendo la fedeltà numerica, nel retro della moneta/copertina si trova forgiato nel nichelino la posizione cronologica del disco ed il valore del conio: 5 cents, sotto il motto coloniale americano “e pluribus unum” (da molti, uno soltanto); un dettaglio che suona come enigma alla Resident Evil, “esaminare l’oggetto”. “Heads” perde completamente il lato folk dei primi tre dischi, come perde pure un certo “calore” e “tepore” che brani come Women Of Ireland (Three) potevano restituire all’ascoltatore; predilige melodie più immediate, mantenendo pur sempre l’anima sognante ed eterea, giocosa e spigliata, ma mai ingenua. Con una line up stellare, come del resto tutti i dischi di Bob James, con gli immancabili Gary King ed Eric Gale (basso e chitarra), i Brecker Bros e David Sanborn ai fiati.

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Qui l’enigma viene risolto senza palesare nessun numero neppure in copertina, come ulteriore passo avanti in questo gioco. Il pallone da football americano NFL, che trasuda di college e giovinezza fisica, è firmato dallo stesso Bob James sulla seconda metà dell’ellisse nel retro di copertina. Un oggetto a tutto foglio, nato dal connubio della designer Paula Scher e il fotografo J. P. Endress (come tutti questi quattro album), rimarca la forza espressiva della semplicità, come già visto in altri loro lavori per Tappan Zee Records: l’uovo all’occhio di bue in Sunny Side Up di Wilbert Longmire e la sigaretta fumante in Serpentine Fire di Mark Colby, entrambi, come “Touchdown”, del 1978. Perchè, se possibile, la musica stessa di James si fa più semplice e immediata, sia nell’ascolto che a livello immaginativo; il corrispettivo di “film per tutti”. Earl Klugh alla chitarra acustica, qui in due brani, sarà il protagonista della serie di dischi con il duo James/Klugh, che chiamerò “Uno come Duo”, trattato nella terza e ultima parte di speciale; anche David Sanborn farà parte della serie con l’album Double Vision. Un touchdown o meta, vale sei punti. Appunto.

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Come giustamente faceva notare il musicista/produttore Johnny Pacheco: “La musica cubana è come un hot dog, va giù meglio con la salsa”. Non che questo in apparenza sembri c’entrare con H, ma, in realtà quel che succede a livello grafico è proprio questo: portare un’icona in copertina, che risulti ultra popolare, sia nella realtà di tutti i giorni, sia nell’immaginario dei non-americani, e anche appetibile; la splash-page è di certo golosa, per gli amanti dello street food. Anche nella musica tutto sembra fluire meglio, se possibile, più digeribile già da Snowbird Fantasy, la prima traccia dal gusto latino; ottimo espediente per il decennio, siamo nel 1980. Il panino è nella medesima posizione del pallone da football, a prova della grande attenzione stilistica della Scher, entrando così in dicotomia tra lo sport e una cattiva dieta; due cardini americani o almeno, questa è l’immagine che conosciamo. Il primo è su sfondo blu come il cielo, il secondo verde come l’erba; dualismo. H come hot, con la chitarra incisiva del grande Hiram Bullock e Grover Washington Jr. al sax tenore. H è l’ottava lettera dell’alfabeto. Bon apetit!

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“Lucky Seven” non necessita di troppe spiegazioni e forse neppur di troppe presentazioni. La sua fama lo precede, come si dice, perchè è davvero un disco fortunello. Le alte posizioni nelle classifiche jazz USA del 1979 e l’alto tasso di “campioni” utilizzati nell’Hip Hop per lo più – come dimenticare il beat di Dj Gruff nella Rapadopa sotto il rap di Carri D? – ne fanno una piccola ed importante perla. La “grechina” formata dalle sei piccole coccinelle rosse nel retro del disco, sembrano culminare in quella gigante e plasticosa – fotografata sempre da Endress – della front cover; come a significare il grande successo dei precedenti lavori che, qui nell’insettone, hanno portato a compimento un album di importante evoluzione stilistica. Un disco dalla musica solare, primaverile, tutto da canticchiare, con le tastiere di Bob James in continuo gioco di colori. In un suono più di materiali sintetici, come quella coccinella e come la consistenza degli anni ottanta che verranno, tra ricerca dell’oro e di qualcosa che si può toccare saldamente; gli anni settanta salutano, lasciando dietro il loro misticismo e la loro sentimentalità. Sette sono i pois sulla schiena dell’insetto, sette sono i dischi visti finora; sette icone.
…to be continued… .
Alberto Massaccesi